Presentazione libro “Non ti scordar di me. Storia e oblio del Genocidio Armeno”
📖 LUNEDÌ 13 APRILE 2026 – ore 21:00
Presentazione del libro:
📖 LUNEDÌ 13 APRILE 2026 – ore 21:00
Presentazione del libro:
Martedì 7 aprile, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Il liberalismo in un mondo in trasformazione”, di Nicola Matteucci. Erano con noi Angelo Panebianco, professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna, Angelo Maria Petroni, professore di Logica e filosofia della scienza presso l’Università La Sapienza di Roma e Giovanni Giorgini, professore di Storia delle Dottrine politiche presso l’Università di Bologna. L’erudizione di Nicola Matteucci era smisurata, come sa bene chi lo conobbe e come emerge dalle sue opere. E’ un’erudizione che pose le sue basi nella formazione compiuta come autodidatta nella ricchissima biblioteca di famiglia, dove fu costretto ad avviare la sua istruzione a causa delle problematiche dovute alla Seconda Guerra Mondiale. Tutta la sua carriera successiva fu contraddistinta da un bagaglio culturale che gli consentì di spaziare dai grandi testi del Diritto alle grandi opere di filosofia, in un ventaglio di interessi che andava dal prediletto pensiero liberale ad un autore molto lontano come Antonio Gramsci, fino a coinvolgere Jacques Mallet du Pan, Nicolò Machiavelli, Friedrich August von Hayek, Alexis de Tocqueville, Hannah Arendt e Carl Schmitt. Ma è con Benedetto Croce, ritenuto il pensatore liberale italiano di maggior rilievo ed influenza, che Matteucci ebbe a confrontarsi con particolare ampiezza. Questo confronto, che parte sicuramente da una profonda ammirazione, motivata sia dalla stima per Croce che per la sua frequentazione dell’Istituto Italiano di Studi Storici di Napoli, istituzione legata indissolubilmente proprio a Benedetto Croce, si ritrova anche e particolarmente in “Il liberalismo in un mondo in trasformazione”, un’opera del 1971 dove Matteucci, in un periodo storico estremamente complesso e contraddistinto da un clima di forti tensioni, per così dire, “fa i conti” con il pensiero di Croce per cercare di superarlo. Certo, il libro non si esaurisce in questa dimensione, ma una fondamentale parte di esso è, in un certo qual senso, occupata dal precisare “ciò che è vivo e ciò che è morto” – per usare un’espressione crociana – della speculazione politica del filosofo di originario di Pescasseroli. L’Autore cerca, allora, di ridefinire il concetto di liberalismo, oltre che il liberalismo stesso, per consegnarlo ad un futuro ed a nuovi tempi che si annunciavano come, per usare la sua definizione, “una sfida”. Leggere oggi “Il liberalismo in un mondo in trasformazione”, separati da oltre un cinquantennio di avvenimenti spesso definibili come veri e propri rivolgimenti, è un’esperienza che non cessa di evidenziarne la forza intellettuale e la profondità delle soluzioni. Scorrendo l’indice, troviamo capitoli sul confronto tra liberalismo e populismo, una patologia sempre risorgente nelle società, tra liberalismo ed ideologia e tra liberalismo ed utopia e troviamo analisi estremamente raffinate sulla società post-industriale e sullo Stato di Diritto (qui, in particolare, Matteucci si interroga sulle derive dello Stato di Diritto, che rischia di venire pesantemente condizionato dalle implicazioni sociali e legate al welfare state). Nel capitolo conclusivo, intitolato “La rinascita del liberalismo”, Matteucci prefigura, sulla scorta delle lettura delle più recenti acquisizioni (al tempo, naturalmente, della stesura del libro) della teoria liberale, una prospettiva che si apre, quanto più possibile, ad una dimensione internazionale, uscendo dai confini italiani e da un certo qual autoreferenzialismo compiaciuto. Si spiega in quest’ottica anche il cambio di atteggiamento che Matteucci auspicava, cioè l’uscita dalla convinzione che l’ordine liberale, per come era stato delineato in un dato momento e da precisi pensatori, fosse un dato acquisito definitivamente e non, piuttosto, un continuo obiettivo da ottenere. E si spiega in quest’ottica anche la precisa analisi che Matteucci fa del populismo come di “sottofondo antimoderno della storia italiana”, che può prosperare proprio quando si danno per scontate e inscalfibili le basi liberali della democrazia. Matteucci ha auspicato e suggerito soluzioni differenti e complesse per una realtà differenziata e complessa come quella che si stava muovendo sotto i suoi occhi, ed ha rigettato come insensate e fuori tempo tutte quelle manifestazioni e quegli orpelli di cui la cultura liberale nazionale dell’epoca era intrisa. Nicola Matteucci ha saputo indicare al mondo intellettuale del nostro paese e ai suoi “sacerdoti laici” il valore e l’esempio della consapevolezza critica, della preparazione, del rigore e della competenza. Queste indicazioni sono state esplicite ed inequivocabili, accompagnate da una serietà e da un’integrità molto rare, tutt’oggi, nel panorama dei nostrani professionisti della cultura.
“Villaggio Bitcoin” di Valerio Dalla Costa non è semplicemente un libro sulle criptovalute. È, più propriamente, una critica radicale – e per molti versi scomoda – del sistema monetario contemporaneo e del ruolo che lo Stato esercita attraverso di esso. Bitcoin, nel testo, non è il fine, ma il mezzo: uno strumento per rimettere al centro una domanda che il dibattito pubblico tende a rimuovere, cioè chi controlla la moneta e con quali conseguenze.
Il punto di partenza dell’autore è netto: la moneta moderna non è neutrale. Non è un semplice strumento tecnico, ma uno dei principali dispositivi di potere nelle società contemporanee. Le politiche monetarie, presentate come scelte tecniche, producono effetti redistributivi profondi, spesso invisibili e difficilmente contestabili. L’inflazione, in questa prospettiva, non è solo un fenomeno economico, ma una forma di prelievo implicito che colpisce soprattutto chi non ha strumenti per proteggersi.
È su questo terreno che si inserisce Bitcoin. Dalla Costa lo interpreta come una rottura: la prima vera alternativa credibile a un sistema fondato sulla discrezionalità delle banche centrali. Un sistema in cui la moneta può essere creata, espansa, manipolata. Bitcoin introduce invece un principio opposto: regole fisse, offerta limitata, assenza di un’autorità centrale. Non promette giustizia sociale, ma qualcosa di più elementare e più difficile da accettare: neutralità.
Il “villaggio” del titolo rappresenta allora un’ipotesi concreta: una comunità che sceglie di sottrarsi, almeno in parte, al monopolio statale della moneta. Non si tratta di utopia, ma di un esperimento che mette in discussione un presupposto dato per scontato: che il controllo della moneta debba restare nelle mani del potere politico. Ed è proprio questo il punto più controverso del libro.
Perché, se preso sul serio, il ragionamento di Dalla Costa porta a una conseguenza difficilmente aggirabile: una società davvero libera non può fondarsi su una moneta pienamente controllata dallo Stato. È una tesi che entra in collisione con gran parte del pensiero economico dominante, ma che si colloca coerentemente nella tradizione liberale che vede nella concorrenza – anche monetaria – un elemento di disciplina del potere.
Il libro ha il merito di non nascondere le criticità. La volatilità di Bitcoin, i limiti tecnologici, le difficoltà di diffusione sono riconosciuti apertamente. Ma non è su questo che si gioca la partita. Il punto non è se Bitcoin sia oggi una moneta perfetta, ma se rappresenti una direzione possibile. E, soprattutto, se sia legittimo discutere il monopolio statale della moneta senza essere immediatamente liquidati come visionari.
In questo senso, “Villaggio Bitcoin” è un libro che disturba più per le domande che pone che per le risposte che offre. Costringe a interrogarsi su un dato spesso ignorato: la moneta è uno degli strumenti più potenti di intervento pubblico nell’economia, e al tempo stesso uno dei meno discussi democraticamente. Le decisioni delle banche centrali incidono sulla vita quotidiana più di molte leggi parlamentari, ma restano largamente sottratte al confronto pubblico.
Lo stile è diretto, privo di tecnicismi inutili, e volutamente orientato alla chiarezza. Dalla Costa non cerca di costruire un trattato accademico, ma di aprire una discussione. E in questo riesce: il lettore, anche quello scettico, è costretto a prendere posizione.
La vera forza del libro sta qui. Non nella difesa di Bitcoin in quanto tale, ma nel tentativo di riportare la questione monetaria dentro il perimetro della libertà. In un’epoca in cui lo Stato tende ad espandere il proprio ruolo anche attraverso strumenti indiretti, mettere in discussione il controllo della moneta significa mettere in discussione una delle forme più pervasive di potere.
Il problema esiste e ignorarlo è, probabilmente, più comodo che affrontarlo. “Villaggio Bitcoin” rompe questa comodità. E, proprio per questo, è un libro che merita di essere letto.
📖 LUNEDÌ 30 MARZO 2026 – ore 21:00
Presentazione del libro:
Villaggio Bitcoin
L’alba di una nuova società basata su una moneta sana e onesta
Lunedì 23 marzo, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “La ricchezza delle nazioni”, di Adam Smith. Erano con noi Maria Pia Paganelli, professore di Economia presso la Trinity University di San Antonio, Alessandro De Nicola, presidente di “The Adam Smith Society” Italia, Carlo Scognamiglio, economista e Adelino Zanini, già professore di Filosofia politica ed etica economica presso l’Università Politecnica delle Marche. Pensare di fornire anche un vago ed incompleto accenno a quest’opera fondamentale per la storia dell’analisi economica sarebbe una pretesa vana. Essa, infatti, è fondamentale non solo per il formidabile e geniale contenuto, ma anche e soprattutto per la storia ineguagliabile di ciò che rappresenterà per tutti coloro che verranno dopo di essa. Siamo, infatti, di fronte ad un testo che ha avuto sensazionali ripercussioni non solo per la storia dell’analisi economica, configurandosi come il grande manifesto della nascente rivoluzione industriale, ma anche per tutte le scienze sociali e per la stessa storia della civiltà occidentale. L’ “Indagine sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni”, infatti, secondo il suo titolo per esteso, è uno dei libri che, dal suo apparire, a Londra il 9 marzo 1776, ha avuto, in senso assoluto, le più ampie ripercussioni su tutti coloro che lo hanno accostato, e questo, oltre che per tutta una serie di motivi cui si proverà ad accennare, per la sua caratteristica di essere insieme un’eccezionale istantanea della fase aurorale del fenomeno probabilmente più rilevante della contemporaneità, la Rivoluzione Industriale unita al sorgere della conseguente economia di mercato, affiancata ad una poderosa e scientifica riflessione intorno ai moventi, all’essenza, ai motivi per cui il benessere e la ricchezza sorgono, si affermano, si radicano e diventano intime di alcuni contesti rispetto ad altri. Naturalmente, il libro è molto più complesso, più stratificato e più profondo, ma l’immediata fortuna che gli arrise, che ne fece fin da subito un riferimento basilare ovunque, può anche essere indicata nel fatto di essere la guida di una nuova era, scritta in un linguaggio perfettamente comprensibile e nel momento giusto. La “Ricchezza delle nazioni” è l’opera di una vita visto che in essa confluiscono le ricerche e le intuizioni del suo Autore per come elaborati lungo l’intera sua esistenza e visto che si pone in strettissimo contatti sia con i suoi componimenti giovanili mai pubblicati che, soprattutto, con l’altro importantissimo ed imprescindibile lavoro pubblicato nel 1759, ossia la “Teoria dei sentimenti morali”. Adam Smith, infatti, fu un erudito, un conoscitore della filosofia morale, del diritto, delle scienze, ma, primariamente, un osservatore attentissimo, un’impareggiabile figura in cui si unirono le migliori qualità dello scienziato sociale e del rigoroso metodologo. Come detto, risulterebbe vano oltre che presuntuoso cercare di ingabbiare un’opera tanto imponente in una serie di giudizi che la circoscrivano, ma quello che può essere fatto, anche al fine di dare un’idea del contenuto di questo ponderoso testo, è sintetizzare gli argomenti dei cinque capitoli. Nel primo, infatti, l’oggetto è il lavoro, che Smith elabora in una memorabile trattazione, che diverrà prototipica per il futuro oltre che gravida di conseguenze; nel secondo vengono presi in esame i fondi, la loro natura, il loro accumulo e il loro impiego; il terzo è un excursus storico-comparativo sulla prosperità, al fine di capire di più cosa rende ricca una nazione; nel quarto, sono i sistemi di economia politica ad essere presi in esame, vale a dire quelle direttive generali che un’autorità politica necessariamente limitata può porre in atto per assicurare il benessere; il quinto capitolo è un’interessantissima comparazione fra le fonti di reddito di un monarca e di una repubblica in rapporto al bene dei governati. Adam Smith, tuttavia, non ha parlato solo di aspetti economici all’interno della “Ricchezza delle nazioni”, visto che in essa troviamo riflessioni memorabili sulle condizioni della libertà, sulle sue declinazioni e, in ultima analisi, sulla sua necessità per la vita di tutti e di ciascuno. Il che ci porta a definire anche un altro aspetto che rende immortale questo libro : la sua multiprospetticità, la sua compenetrazione di diversissimi piani, perfino le sue digressioni, spesso articolate e di non immediatamente accessibili, sono tutte frutto di un’attenzione si potrebbe dire stupefatta e meravigliata per la bellezza della realtà e per la “ricchezza” dei suoi livelli. Affrontare la lettura di questo monumentale libro, che è un classico in uno dei sensi più pieni con cui si possa usare questa definizione, ci rende sicuramente migliori, perché quanto ha da dire non si confina in un contesto pur denso come l’Europa del XVIII secolo, ma non smette di poter essere udito con profitto a tutti i suoi lettori.
📖 LUNEDÌ 23 MARZO 2026 – ore 21:00