Il liberale che disse “no” al fascismo prima del suo avvento

Quando nasce una dittatura? Nel momento in cui vengono abolite le elezioni, chiusi i giornali e incarcerati gli oppositori, oppure molto prima, quando una parte della classe dirigente democratica comincia a pensare di poter utilizzare chi disprezza le regole per ristabilire l’ordine? La storia di Giovanni Amendola raccontata da Antonio Carioti in “L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista liberale” è anche la storia di quel confine sottile, e spesso riconoscibile soltanto quando è già stato oltrepassato, tra la crisi di una democrazia e la nascita di una dittatura.
Carioti ricostruisce la vicenda di Amendola senza ridurla agli ultimi, drammatici anni della sua vita. Prima dell’antifascista c’è l’intellettuale, il giornalista, l’interventista della Grande guerra, l’uomo politico, il ministro delle Colonie nei governi Bonomi e Facta. C’è soprattutto un liberale che attraversa le inquietudini dell’Italia del primo dopoguerra senza nascondersi le debolezze dello Stato parlamentare, ma comprendendo progressivamente che la risposta alla crisi delle istituzioni non può consistere nella loro distruzione.
È questo uno dei fili più interessanti del libro. Amendola non difende il parlamentarismo perché lo consideri perfetto. Ne vede limiti, inefficienze e fragilità. Ma comprende che criticare le istituzioni democratiche è cosa radicalmente diversa dal consentire che vengano svuotate attraverso la violenza. Nel 1923, durante la battaglia contro la legge Acerbo, denuncia il clima nel quale il Parlamento è chiamato a deliberare, con gli squadristi che incombono sugli stessi deputati, e individua con lucidità il pericolo fondamentale: l’imposizione della volontà di una minoranza al resto del Paese.
La sfida tra Amendola e Mussolini diventa così qualcosa di più di uno scontro tra due personalità. Sono due concezioni incompatibili della politica. Il fascismo rivendica la forza, la mobilitazione delle masse, il primato dell’azione e una legittimazione che pretende di andare oltre le procedure parlamentari. Amendola oppone il pluralismo, la legalità, il rispetto delle minoranze e la convinzione che nessuna maggioranza possa trasformare il proprio successo politico nel diritto di cancellare gli avversari. Proprio negli scritti di quegli anni matura la sua analisi del fascismo come fenomeno destinato a soffocare ogni spazio autonomo della società.
Carioti restituisce anche tutta la difficoltà della posizione amendoliana. Una parte importante del mondo liberale pensa inizialmente che Mussolini possa essere contenuto, normalizzato o utilizzato per ristabilire l’autorità dello Stato dopo le convulsioni del dopoguerra. Amendola arriva invece alla conclusione opposta: collaborare con il fascismo significa contribuire alla distruzione delle condizioni che rendono possibile la stessa politica liberale. Da qui nasce un’antitesi sempre più netta tra dittatura e liberalismo. Nel 1924 raccoglie significativamente una parte dei suoi scritti sotto il titolo “Una battaglia liberale”.
La biografia assume inevitabilmente un tono più drammatico con il consolidamento del regime. Amendola viene aggredito una prima volta a Roma nel dicembre 1923. Dopo il delitto Matteotti diventa uno dei protagonisti dell’opposizione aventiniana e continua a rappresentare un’alternativa politica al fascismo. La violenza non è più soltanto lo sfondo della lotta politica: diventa lo strumento con cui eliminare chi rifiuta di piegarsi. La nuova aggressione fascista subita nel luglio 1925 a Montecatini compromette definitivamente la sua salute. Morirà a Cannes il 7 aprile 1926.
Ma “L’uomo che sfidò Mussolini” non è soltanto la storia di un martire dell’antifascismo. Il significato più profondo della vicenda di Amendola sta forse proprio nel suo essere un antifascista liberale. La libertà che difende non nasce dall’appartenenza a un progetto rivoluzionario alternativo a quello fascista. Nasce dalla convinzione che nessuna finalità politica autorizzi a sopprimere il pluralismo, che il potere debba incontrare limiti e che maggioranza e minoranza possano alternarsi soltanto se entrambe riconoscono le regole che consentono all’avversario di continuare a esistere.
A cent’anni dalla sua morte, la biografia di Carioti restituisce quindi Giovanni Amendola a una storia dell’antifascismo che è anche pienamente storia del liberalismo italiano. E ricorda una lezione che supera il tempo in cui visse: la libertà non si difende soltanto quando la dittatura ha ormai mostrato il proprio volto. Si difende soprattutto prima, quando sarebbe ancora più comodo convincersi che il pericolo non esista.

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