Bugie ed inesattezze su Israele

C’è un momento in cui una parola smette di descrivere la realtà e comincia a plasmarla. È ciò che accade quando termini come apartheid, genocidio o colonialismo, nati in contesti storici e giuridici ben definiti, vengono utilizzati come categorie automatiche per interpretare il conflitto israelo-palestinese. È una dinamica che riguarda il Medio Oriente, ma anche il modo in cui oggi si forma l’opinione pubblica. Nathan Greppi parte proprio da qui. Il suo “Fact-checking su Israele” non è soltanto un libro dedicato alla storia di un conflitto: è un invito a recuperare un metodo, quello della verifica dei fatti prima dell’espressione del giudizio.
La tesi dell’autore è netta. Molte delle accuse oggi rivolte a Israele sono diventate patrimonio del dibattito pubblico senza essere quasi mai sottoposte a un serio controllo documentale. Greppi non propone una contropropaganda filoisraeliana, ma un lavoro di ricostruzione storica, giuridica e fattuale che invita il lettore a distinguere tra ciò che è dimostrato e ciò che appartiene invece alla dimensione della narrazione politica.
Il cuore del volume è costituito dall’analisi di alcune delle accuse più ricorrenti. La prima è quella secondo cui Israele sarebbe uno Stato di apartheid. Greppi ricorda che il termine nasce per definire il sistema di segregazione razziale istituito in Sudafrica, fondato sulla negazione sistematica dei diritti civili e politici della maggioranza nera. Applicare automaticamente quella categoria a Israele, sostiene l’autore, significa ignorare differenze sostanziali. I cittadini arabi israeliani votano, eleggono rappresentanti alla Knesset, siedono nella magistratura, insegnano nelle università, esercitano professioni pubbliche e hanno preso parte anche a coalizioni di governo. Per Greppi, questi elementi rendono improprio il ricorso alla categoria dell’apartheid, nata per descrivere una realtà storica profondamente diversa.
La seconda grande questione riguarda l’accusa di genocidio, diventata centrale dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra contro Hamas. Greppi richiama la definizione contenuta nella Convenzione ONU del 1948, ricordando come il genocidio implichi l’intenzione deliberata di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Secondo l’autore, questa intenzione non emerge nella condotta dello Stato di Israele. Per sostenere la propria tesi ricostruisce il quadro giuridico internazionale, analizza il ricorso presentato dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia, richiama l’andamento demografico della popolazione araba dal 1948 a oggi e dedica ampio spazio al ruolo svolto da Hamas, compreso il controllo degli aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza. La conclusione è che il termine «genocidio», più che chiarire il conflitto, finisca spesso per trasformarsi in una potente arma retorica.
Non meno interessante è il capitolo dedicato al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni). Nato come campagna internazionale di pressione economica, culturale e accademica contro Israele, il movimento si presenta come l’erede morale del boicottaggio contro il Sudafrica dell’apartheid. Greppi mette in discussione proprio questo parallelismo. Se l’accusa di apartheid non regge, sostiene, viene meno anche il principale fondamento storico e simbolico del BDS. L’autore osserva inoltre come il boicottaggio finisca spesso per colpire università, ricercatori, artisti e imprese israeliane in quanto tali, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli o dalle scelte dei governi. Il carattere selettivo della campagna, rivolta quasi esclusivamente contro Israele e non contro altri Stati coinvolti in conflitti o violazioni dei diritti umani, viene indicato come uno degli elementi che meglio ne rivelano la natura politica.
Accanto a questi temi principali, Greppi affronta numerose altre questioni che negli ultimi anni hanno contribuito a costruire l’immagine internazionale di Israele. Tra queste vi è il caso della Mavi Marmara, la nave della Freedom Flotilla che nel 2010 tentò di forzare il blocco navale imposto alla Striscia di Gaza. L’episodio provocò nove vittime e una durissima condanna internazionale. Attraverso documenti, testimonianze e filmati, l’autore ricostruisce però anche ciò che, secondo lui, rimase in secondo piano nel racconto mediatico: l’aggressione subita dai militari israeliani durante l’abbordaggio. È uno degli esempi con cui Greppi mostra come una ricostruzione incompleta possa consolidarsi rapidamente come verità condivisa.
Più ancora delle singole conclusioni, colpisce il metodo seguito da Greppi. Ogni accusa viene ricostruita nella sua origine, confrontata con le fonti e verificata sul piano storico e giuridico. In un’epoca in cui le opinioni spesso precedono i fatti, l’autore propone il percorso inverso: partire dai documenti e lasciare che siano questi a orientare il giudizio.
Si possono condividere o contestare le conclusioni di Nathan Greppi. Più difficile è contestare il metodo che propone. Perché una società libera vive di opinioni diverse, ma soltanto se tutte accettano una regola comune: i fatti vengono prima delle interpretazioni. È una regola antica, oggi più necessaria che mai.

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