Consumo di tutti e produzione di pochi: l’involuzione sotto i nostri occhi

Nella nostra novantottesima serata di 28 settembre abbiamo presentato il libro di Luca Ricolfi “La società signorile di massa” insieme all’autore (Sociologo e Professore di Psicometria all’Università degli Studi di Torino), Ferruccio De Bortoli (Giornalista, già direttore del Corriere della Sera e de Il Sole 24 ORE) e Michele Salvati (Professore Emerito di Economia Politica all’Università degli Studi di Milano).

Con questo brillante contributo il professor Ricolfi ci consegna una lucida analisi dell’Italia dal dopoguerra ad oggi nella sua trasformazione in “società signorile di massa”. Cercheremo di definire la struttura di questa analisi, avvertendo subito che non ci troviamo nell’ottica di una presa di posizione di tipo politico o ideologico, ma siamo piuttosto nel campo degli studi sociologici e dei dati oggettivi, studi e dati che ci consegnano un quadro per certi versi davvero sorprendente. 

La premessa metodologica da cui muove il libro di Ricolfi è l’invito a non farsi fuorviare da una narrazione imperante di stampo pregiudizialmente negativo, ancorandosi invece a una matrice che gli sembra più realistica, ossia quella di una connessione necessaria tra connotazioni negative e positive. Il risultato del suo lavoro è in questa formula, “società signorile di massa”, che a suo avviso descrive il percorso e l’attuale situazione socioeconomica del nostro Paese. Uno dei dati sorprendenti dell’interessantissimo lavoro qui presentato è la definizione scientificamente riscontrata del fatto che in Italia la percentuale di coloro che non contribuiscono alla produzione di reddito è considerevolmente superiore a quella di coloro che lavorano e che, tecnicamente e fattivamente, reggono l’economia generale. Le pagine che si incentrano su questo rapporto non cessano di stupire, anche e soprattutto alla luce del fatto che quasi nessuna economia dei paesi sviluppati ha questi numeri. Tutto ciò è il frutto di oltre cinquant’anni di discutibili politiche economiche, sociali e, soprattutto, di cambiamenti nei nostri costumi, nella nostra cultura e nella nostra mentalità. L’Italia è compiutamente divenuta e si è progressivamente trasformata in una “società signorile di massa” perché si sono verificate contemporaneamente tre precise condizioni: è crollato il tasso di occupazione, si è innalzato il consumo fino a giungere all’opulenza ed è finita la crescita. Lo scenario che oggi ci troviamo di fronte è quello di una stagnazione, ossia di una società a “crescita zero”.

Vale la pena di seguire l’Autore nella sua stimolante disamina, una definizione del contesto nazionale che dovrebbe indurre a più di una riflessione. In particolare, sono da segnalare le sconfortanti conclusioni cui giunge sul degrado del sistema educativo e scolastico, suffragate dalla pressoché totalità dei relativi indicatori, che lo inducono ad affermare inequivocabilmente: “[…] quello dell’istruzione è l’unico settore della società italiana in cui la produttività è in costante diminuzione da oltre mezzo secolo”.

L’analisi si sviluppa poi con un’indagine disincantata sulla forma mentis della società signorile di massa, come pure sulla natura e sulle dimensioni del suo consumo. L’ultimo capitolo descrive il futuro della società signorile di massa o, per meglio dire, ciò che ci attende qualora perdurino la mancanza di auto-consapevolezza, l’anelito verso il vittimismo e una situazione economica che da grave diventi irreversibilmente orientata al declino. Naturalmente il futuro, ogni futuro, non è preordinato e pertanto è legittimo auspicare un generale ravvedimento rispetto alla piega presa dal sistema Italia. Ma se non sapremo operare un’inversione radicale, dobbiamo essere del tutto consapevoli che il nostro stile di vita sarà destinato a cambiare strutturalmente in peggio per noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti.

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