Gli errori nell’economia e le lezioni in grado di rendercene consapevoli

Lunedì 20 giugno abbiamo presentato, nell’ambito dei classici del pensiero liberale e libertario, il libro di Henry Hazlitt “L’economia in una lezione”. Erano con noi Francesco Simoncelli, divulgatore e scrittore, Massimiliano Neri, professore di Gestione del Rischio presso l’Università Francisco Marroquin di Madrid e Pietro Monsurrò, docente presso l’Università La Sapienza di Roma e scrittore.

Questa formidabile opera di alta divulgazione, un genere necessario all’affermazione di una linea intellettuale e, purtroppo, nel campo liberale e liberista non adeguatamente frequente e spesso non opportunamente considerato, è datata 1946 e va contestualizzata per essere compresa nelle sue coordinate. Gli Stati Uniti si ritrovano all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, conflitto che li ha visti vincitori e definitivi referenti per il mondo libero. Di lì a poco sarebbe iniziata la Guerra Fredda, quindi la politica dei blocchi contrapposti e della Cortina di Ferro. Negli Stati occidentali, le politiche decisionali si trovano, alla fine dell’immane tragedia che ha sconvolto vincitori e vinti, di fronte alla necessità della ricostruzione, e quindi alla scelta dell’adozione di strategie economiche ben precise. Fin da subito, l’alternativa più chiara ed evidente è fra l’adozione di un’economia quanto più libera da vincoli burocratico-amministrativi pur in un contesto chiaro (seppur essenziale) di regole facenti capo ad uno stato di diritto rispettoso dell’iniziativa individuale e della proprietà da un lato e la prosecuzione dell’economia irrigimentata e vincolata tipica proprio del conflitto, con ampie nazionalizzazioni nei settori chiave dell’industria, progressiva introduzione del Welfare State e privilegio della prospettiva collettiva su quella singolare, dall’altro.

Esistono sicuramente varie declinazioni di questi due estremi, come pure si sono verificate variegate contaminazioni fra questi due fondamentali modi di affrontare la ricostruzione e la ripresa. Ma il dato che non può essere messo in dubbio è che gli stati che, attraverso i loro governi e attraverso lo sviluppo della società civile e dell’impresa privata, hanno abbracciato la soluzione di una semplice, definita e chiara cornice di regole fatta rispettare, di un’economia di mercato, di un quadro istituzionale di democrazia liberale rappresentativa (pensiamo agli Stati Uniti post-Roosvelt nelle amministrazioni degli anni Cinquanta del XX secolo, o alla Germania Federale o allo spettacolare sviluppo registratosi in Italia dal dopoguerra agli anni Sessanta, o ancora al formidabile balzo compiuto dal Giappone) hanno avuto risultati superiori qualitativamente e quantitativamente rispetto agli stati che hanno scelto una via socialista, ergo statalista.

Questi stati (pensiamo alla Gran Bretagna, ma anche alla Francia, per non citare che i due esempi più eclatanti) hanno compiuto scelte precise, di fatto inibendosi le possibilità e le occasioni di crescita, condannando i propri mercati e le proprie popolazioni a ristrettezze, razionamenti, angustie, difficoltà. E sia chiaro che qui teniamo conto solo del mondo occidentale, perché se dovessimo serenamente ed oggettivamente valutare il mondo al di là della Cortina di Ferro, quello sotto l’egida dell’Unione Sovietica comunista, allora il giudizio si allargherebbe, oltre al naufragio economico, anche alla negazione dei diritti umani. Ebbene, in questo quadro, Henry Hazlitt, grande giornalista economico ed autore di fortunati best sellers editoriali, si pone, insieme a pochi altri, come paladino di un cambio di prospettiva negli Stati Uniti : dalle politiche interventiste del New Deal, improntate ai dettami delle intuizioni di John Maynard Keynes (le cui opere non mancheranno di finire direttamente sotto gli strali acuminati dell’analisi e della critica specifica di Hazlitt) ad un riorientamento verso la tradizione più genuinamente americana, vale a dire il libero mercato, la concorrenza, l’impresa, la proprietà, la riduzione della presenza dello stato. In “Economics in one lesson”, Hazlitt pone di fronte ai suoi lettori (e furono moltissimi) gli errori economici più frequenti ed il loro peso sulle vite quotidiane di ciascuno. In sostanza, tutte quelle sciocchezze che, in forza di un clima ideologico ben preciso non disgiunto da precisi interessi, sciocchezze che potrebbero essere sintetizzate nella censura metodologica effettuata da uno dei  grandi ispiratori di Hazlitt, ossia Frèdèric Bastiat: il fermarsi a ciò che si vede, all’immediato, al contingente tralasciando ciò che non si vede, il futuro, ciò che è di fatto sostanziale.

Le tre principali parti di cui si compone lo scritto, ci mostrano il senso ed i motivi degli errori di cui siamo circondati e che informano stati, governi e partiti, ci fanno entrare nelle molte applicazioni di queste inesattezze e riformulano il senso con cui approcciare la realtà, l’azione e l’intraprendere per essere più liberi, più efficienti, più consapevoli. A quest’opera, come a molti altri classici liberali, non si rende giustizia piena sintetizzando in un resoconto che, inevitabilmente, porta a far perderne la ricchezza e la complessità. È, pertanto, alla lettura diretta che rimandiamo, avvertendo che, fra i molti meriti, questo libro reca con sé anche quello della chiarezza, dello stile immediato e piano, della sintesi.

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