Lunedì sedici ottobre, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Errori e miserie dello storicismo”, di Carl Menger. Erano con noi Raimondo Cubeddu, Senior fellow dell’Istituto Bruno Leoni, Enzo di Nuoscio, professore di Filosofia della scienza presso l’Università del Molise e Marco Menon, borsista presso l’Università della Svizzera italiana. L’edizione presentata, che si avvale di un’introduzione curata proprio da Raimondo Cubeddu e Marco Menon (introduzione articolata al punto da costituire un saggio vero e proprio), ci presenta quelli che potrebbero essere definiti come i punti salienti della celeberrima controversia metodologica – Methodenstreit – che divise e impegnò Carl Menger da un lato e Gustav Schmoller e tutta la corrente della “Scuola storica tedesca” da un altro. Questo confronto, che assunse toni anche molto aspri, si sviluppò a partire dalle considerazioni contenute nel libro di Carl Menger, fondatore e principale esponente della prima generazione della “Scuola austriaca di economia e scienze sociali”, pubblicato nel 1883, vale a dire “Sul metodo delle scienze sociali”. Alle posizioni fortemente critiche articolate nel libro di Menger nei confronti dell’impostazione fatta propria da quella che stava divenendo la visione preponderante nel dibattito intellettuale, rispose il principale e più autorevole esponente di essa, quel Gustav von Schmoller che utilizzò tutta il suo prestigio e la sua autorità accademica per definire una replica che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto lasciare Menger disarmato e sconfitto. Menger, invece, approntò una controreplica che, oltre a ribadire con puntiglio e rinnovati argomenti, le posizioni contenute nell’opera, citata, del 1883, rileva analiticamente le inesattezze, le tesi infondate, l’impianto metodologicamente erroneo sia della Scuola storica tedesca che dei rilievi di Schmoller. Questa controreplica, datata, 1884 ed intitolata “Gli errori dello storicismo nella scienza economica tedesca”, di fatto costituì una risposta estremamente efficace, che, sebbene non mostrasse di lesinare al suo interno toni duri ed accenti aspri, pure non mancò di focalizzarsi sullo specifico, per ribadire le tesi proprie di Menger e per criticare con rinnovato vigore i suoi avversari nella disputa. La controrisposta di Gustav Schmoller e di tutto il gruppo che si riconosceva nel paradigma storicista si concretò in una stizzita missiva indirizzata proprio a Menger e presentata sull’organo ufficiale della Scuola Storica, lettera in cui si dava notizia di aver rimandato il libro al mittente senza nemmeno averlo letto ed accompagnando questo gesto con inviti a cessare la schermaglia intellettuale. Questa scelta da parte di Schmoller potrebbe essere interpretata come una evidente incapacità di contrastare ulteriormente le motivazioni di Menger ; quel che è certo è che un atteggiamento del genere non depone a favore di colui che lo compie, sembrando più un abbandono del campo che altro. A prescindere dalle valutazioni sul valore da dare alle rispettive posizioni ed al giudizio da fornire in merito, è opportuno sapere che Menger non smise di articolare le sue posizioni negli anni successivi, con profili dedicati ai suoi avversari e agli sviluppi delle scienze sociali primariamente in Germania. Ciò che ne ricevette fu l’ostilità, annunciata e resa fattiva dagli esponenti dello Storicismo, in tutte le aule accademiche tedesche alle idee della nascente Scuola Austriaca di economia e scienze sociali, cosa che, tuttavia, non impedì a Menger di rivestire il ruolo di formidabile caposcuola di una tradizione di ricerca ancora viva, feconda ed operante. Le idee della Scuola Austriaca, infatti, si propagarono e seppero conquistare menti e proseliti ovunque nel mondo, attraverso generazioni di studiosi oltre che mediante formidabili rappresentanti. Potrebbe risultare abbastanza singolare quando non esagerato che due fronti contrapposti si opponessero con tale veemenza intorno a quella che, a prima vista, sembrerebbe una contorta polemica metodologica di tipo accademico. Ebbene, l’inoppugnabile difficoltà nella ricostruzione delle posizioni e, soprattutto, la non immediata derivazione delle conseguenze teoriche da una disputa come queste potrebbe effettivamente indurre ad una mancata comprensione dell’effettivo valore della posta in gioco. Il fatto è che in questa battaglia si sono affrontate due opposte visioni delle scienze sociali, del loro status e del loro significato, oltre che del fondamento di ciascuna e, insieme, di tutte. Che questo scontro sia stato molto importante è desumibile anche dalla storia delle conseguenze come pure dal novero dei successivi contributi che da questo scontro hanno preso spunto per fornire un punto di vista decisivo su fattori centrali delle scienze sociali. Autori del calibro di Max Weber,Ludwig von Mises, F.A. von Hayek e Karl Popper, per citarne solo alcuni, si sono affaticati su questa problematica e sulle sue molteplici implicanze. La disputa, inoltre, parla della stessa importanza da attribuire ad una metodologia di ricerca, ad una “via da seguire”, per restare al significato etimologico, tanto necessaria quanto poco tenuta in conto. Se dalla disputa, come ha saputo cogliere con acutezza Sergio Ricossa nella sua Premessa all’edizione italiana del 1991 e ripresa in calce anche nell’edizione presentata, sapremo desumere non tanto l’esclusività di una prospettiva a detrimento di un’altra, ma la compenetrazione nel rispetto dei rispettivi ruoli e delle rispettive aree di influenza, avremo fatto in modo che essa possa averci insegnato qualcosa. In caso contrario, avremmo assistito ad una logomachia sterile, come peraltro troppo spesso capita di essere spettatori. Ed allo stesso modo, ci auguriamo che nel conflitto troppo spesso riproposto tra individuale e collettivo, le ragioni del primo non siano mai soffocate, perchè questo significherebbe l’arretramento di istanze che una visione liberale non può mai dimenticare, ossia quelle del singolo.
