Il caso Tortora come espressione di problemi sostanziali nell’esercizio della giustizia

È necessario, a volte, dare ragioni della estenuazione della memoria sociale; interrogarsi sulla necessità, e sul valore, della persistenza del ricordo, soprattutto per evitare che esso diventi solo il filo che lega un fatto alla nostra vita personale e privata , ed alle memorie di essa.
L’esercizio di tale critica è tanto più evidente se si pensa che la distanza del tempo ormai fa sì che certi fatti siano completamente estranei al vissuto ricostruibile di tutte le generazioni successive, per le quali il semplice rito della commemorazione è privo di riferimenti e spesso solo incomprensibile abitudine collettiva.
La vicenda di Enzo Tortora è ormai caduta nel cono della abitudine sociale, per i più ormai priva dell’effetto dirompente che le derivava dalla conoscenza pubblica del personaggio e dalla straordinarietà emotiva legata alla rilevanza del protagonista, per cui è interessante interrogarsi se un nuovo libro dell’avvocato Raffaele Della Valle, sulla scia delle innumerevoli pubblicazioni ed iniziative che in questi anni si sono moltiplicate su quella ormai lontana vicenda giudiziaria, abbia un senso che vada al di là del viaggio interiore di chi l’ha vissuta in proprio, come legale difensore di Tortora, e agisca comprensibilmente nella linea del ricordo personale di un periodo irripetibile della propria vita.
Nel libro di Della Valle c’è sicuramente la narrazione personale e il significato autobiografico, ma il valore del percorso ricostruttivo della vicenda processuale che l’autore fa, con la sicurezza di chi riannoda i fili della propria memoria, mai interrotta, di quei giorni, produce un altro effetto; quello che giustifica il senso della rievocazione anche per chi non abbia neppure un eco della memoria storica dei fatti e dei personaggi coinvolti, e a cui manchi quella possibilità rievocativa che costituisce il meccanismo del ricordo. La tensione sociale degli eventi diventa, nel racconto delle vicende processuali occorse a Enzo Tortora, il nesso di discussione delle anomalie del metodo giudiziario italiano, e delle derive cui esso può portare inesorabilmente, quasi con l’inerzia delle forze brute della natura. Non è una ricostruzione storica di un’epoca passata; non ha il valore e il significato della narrazione retrospettiva, né tantomeno dell’analisi tecnica professionale di regole procedurali penali ormai sorpassate e morte. La vividezza del percorso narrativo, che ha un climax interno crescente e trascinante verso l’abisso della irragionevolezza, è un effetto naturale del metodo espositivo di Della Valle, che costruisce la tensione dell’inevitabile per accumulo di eventi, errori, bizzarrie e franche follie, utilizzando un criterio argomentativo proprio del repertorio dell’avvocato, utile a conferire alla trama il carattere della oggettività e della verità. Non si è mai sfiorati, leggendo, dal dubbio della invenzione narrativa e neppure intaccati dalla consapevolezza che colui che sta raccontando lo fa solo in quanto schierato dalla parte del protagonista. Forse perché pervade ogni parola la consapevolezza inconscia che qui il protagonista non è tanto Tortora, e nemmeno l’autore che lo ha difeso come giovane avvocato, ma la brutalità ottusa di un sistema che ha permesso, ed anzi agevolato, che accadesse ciò che è accaduto.
Da questa considerazione nasce la ragione della commemorazione e del ricordo, dalla necessità di perpetuare nel tempo la consapevolezza della perversione nascosta nei meccanismi che regolano la nostra vita e a cui ci affidiamo come strumenti di salvaguardia della ragionevolezza del nostro vivere sociale.
È necessaria la capacità di attenzione critica verso ciò che è ovvio, come pure la persistenza, in ciascuno, della consapevolezza della strumentalità di ogni sistema di organizzazione sociale, della sua fallibilità e della sua incompletezza, le quali generano l’ esigenza che questa attenzione critica della ragione sia perpetuata nelle generazioni come antidoto alla inerzia del pensiero ed all’abbandono alla necessità irragionevole delle cose umane, solo per la loro inevitabilità, autorevolezza o ricorsività, affinché queste caratteristiche non siano scambiate mai per intima esattezza, necessità infallibile e insuperabile perfezione.
La ricostruzione spietata, che l’avvocato Della Valle ci obbliga a ripercorre, dei vari passaggi del procedimento penale a carico di Tortora, l’esposizione diretta ed oggettiva delle indagini, dei risultati di essa, delle contraddizioni, degli squilibri valutativi, ma soprattutto della ostinazione cieca sul binario intrapreso dalla accusa, non permette al lettore alcuna distrazione ed ammorbidimento della sensazione crescente di sfocamento logico nel quale viene calato.
Troppo facile sarebbe la narrazione romanzata, e troppo agevole la individuazione di complotti e doli dietro le pratiche (incomprensibili) della macchina giudiziaria. Per il lettore sarebbe il modo di eludere l’incongruenza strutturale e di sistema, e trovare storture personali in un meccanismo perfetto e ragionevole di per sé.
L’asfissia, in ogni pagina nasce invece dalla consapevolezza che l’errore è padre di ogni errore successivo, ed esso è frutto della deriva che il procedimento penale autoalimenta, fondandosi su di una esasperazione di principi interpretativi e scorciatoie motivazionali mascherate con l’autorevolezza dei Giudici e la ricorsività di canoni considerati frutto di millenni di esperienza intelligente.
Lo srotolamento impietoso dei dati procedurali, il racconto delle difficoltà enormi della difesa nel far fronte alla accusa, la stupidità inconcepibile di ciò che ci appare chiaro fin da subito deve, correttamente deve, sfidare il lettore sempre e periodicamente, perché non si offuschi mai in ognuno di noi l’orrore della aberrazione e la capacità di controllo critico.
Il nome e la storia di Enzo Tortora ci dicono ancora oggi la mostruosità che si nasconde nel sonno della ragione e deve insegnare il coraggio di comprendere che il vizio più grave di un sistema giuridico non è la incapacità di individuare una colpa certa, ma la attitudine a cercarla necessariamente, quasi che la sua assenza fosse il sintomo di un fallimento inaccettabile per la società.

 

Commenta l'articolo

commenti