Il ruolo della diplomazia tra l’Armistizio e la nascita della Repubblica

In occasione della nostra trecentodecima serata, abbiamo presentato il libro “Un’altra Resistenza. La diplomazia italiana dopo l’8 settembre 1943″ insieme all’Autore,  Eugenio Di Rienzo (Professore di Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma), a Guido Lenzi (Ambasciatore) e a Gerardo Nicolosi (Professore di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Siena). L’Autore restituisce piena luce su una pagina dimenticata della storia italiana, ovvero la Resistenza dei diplomatici, mostrando, con documentazione rigorosa e stile limpido, che la lotta per la libertà e per la rinascita dell’Italia non si combatté solo nelle montagne o nelle città occupate, ma anche nelle sedi consolari, nelle ambasciate, nei ministeri, nelle cancellerie d’Europa e d’Oltreoceano.

Il libro rovescia una delle più radicate vulgate della storiografia resistenziale, quella secondo cui la liberazione dell’Italia sarebbe stata prevalentemente il frutto dell’azione partigiana comunista. Di Rienzo dimostra, invece, che, accanto ai combattenti armati, operò un’altra rete di patrioti silenziosi: diplomatici, funzionari, ambasciatori, uomini dello Stato che, con coraggio e senso del dovere, continuarono a servire l’Italia legittima dopo l’8 settembre 1943, opponendosi alla Repubblica di Salò e difendendo l’onore del Paese nel mondo. L’Autore ricostruisce con precisione la frattura che attraversò il Ministero degli Esteri dopo l’armistizio: da una parte, chi aderì alla Repubblica Sociale Italiana e mise la diplomazia al servizio dell’occupante tedesco; dall’altra, un gruppo di servitori dello Stato che, spesso a rischio personale, rifiutarono la collaborazione e mantennero fede al giuramento al Re e alla legalità monarchica. Questi uomini costituirono la spina dorsale della cosiddetta “diplomazia del Sud” che, sotto la guida di figure come Renato Prunas e Alberto Tarchiani, lavorò per il riconoscimento internazionale del governo Badoglio e per la reintegrazione dell’Italia nel concerto delle nazioni alleate.

Di Rienzo evidenzia come quella dei diplomatici non fu una resistenza “passiva” o burocratica, ma una vera azione politica, condotta con gli strumenti della negoziazione, della persuasione e della lealtà istituzionale. Mentre le armi tacevano o le città erano ancora divise, questa diplomazia resistenziale operava per evitare la dissoluzione dello Stato e per impedire che l’Italia fosse trattata come un Paese vinto e umiliato. La loro fu una forma di eroismo discreto, priva di retorica, ma decisiva per la sopravvivenza stessa della nazione.

L’autore mette in risalto anche il ruolo degli ambasciatori italiani all’estero che rifiutarono di riconoscere la Repubblica di Salò, mantenendo aperti canali di dialogo con i governi alleati e tutelando i cittadini italiani residenti in paesi stranieri. Molti di loro agirono senza ordini, spinti da una concezione etica del servizio pubblico e da un’idea di Patria fondata sulla continuità dello Stato, non sull’ideologia di partito.

La “Resistenza diplomatica” raccontata da Di Rienzo è dunque una resistenza liberale, monarchica e istituzionale: una lotta condotta in nome della legalità, del diritto internazionale e della dignità dello Stato. Essa smentisce la rappresentazione manichea di un’Italia spaccata tra partigiani e fascisti, restituendo spazio a un patriottismo civile e silenzioso, radicato nel senso del dovere e nella fedeltà alle istituzioni.

In controluce,  emerge anche una riflessione sul futuro della Repubblica. Se l’Italia poté sedere, nel 1947, al tavolo della pace e avviare il proprio reinserimento nella comunità internazionale, ciò fu dovuto non solo alle armi partigiane o all’intervento alleato, ma anche all’opera tenace di quei diplomatici che tennero accesa la fiaccola della legittimità e della continuità statuale.

Con questo libro, Di Rienzo restituisce alla storia la parte più nobile della burocrazia italiana, mostrando come il senso del dovere istituzionale, quando è accompagnato da coraggio e rettitudine morale, possa essere esso stesso una forma di resistenza. Il volume è dunque una lezione di storia e di civiltà, un invito a riconoscere che la libertà non si difende solo con le armi, ma anche con l’intelligenza, la diplomazia e la fedeltà ai principi.

In un tempo che tende a ridurre la Resistenza a mito ideologico, il lavoro di Di Rienzo restituisce pluralità e verità alla memoria nazionale. La “Resistenza dei diplomatici” fu, a suo modo, la più difficile e la più alta: combattere senza armi, difendendo lo Stato mentre tutto intorno lo Stato sembrava dissolversi.

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