Cosa si nasconde dietro la crescita che ha visto protagonista la Cina negli ultimi decenni? Come ha fatto uno stato estremamente povero e arretrato a recuperare un lungo periodo di mancata crescita e stagnazione in un tempo così limitato e in modo così efficiente? E’ proprio a queste domande che Fabio Scacciavillani e Michele Mengoni rispondono all’interno del loro libro: “Il furto del millennio. Come la Cina ha depredato e turlupinato l’Occidente.”
Per capire la visione e la percezione che della Cina si è sempre avuta all’interno della storia, è doveroso adottare una visione di lungo periodo e nel capitolo iniziale ci vengono forniti elementi essenziali per assumere questa prospettiva, come ci spiegano gli autori “Sin dagli albori della storia la Cina è stata l’economia dominante del pianeta Terra”, quindi Pechino era di fatto la potenza egemone a livello globale, egemonia planetaria che gli venne strappata dall’Occidente a seguito di un lungo periodo di progresso tecnologico e culturale che portò a disfatte militari e spoliazioni. Un periodo talmente vivo nel ricordo dei cinesi da essere ricordato come il “secolo delle umiliazioni”. Queste, dunque, le premesse per il riscatto, che ha avuto l’inizio con le aperture al sistema di mercato avvenute sotto il potere di Deng Xiaoping. L’avvento di Xi Jinping ha visto le libertà economiche restringersi, tuttavia, sempre di più, con quelle politiche rimaste sempre un miraggio.
Ma la storia della crescita cinese cela alle sue fondamenta frodi, truffe, atti di spionaggio, attività di guerra ibrida e altre azioni criminali attuate nei confronti dei paesi e delle democrazie occidentali e direttamente commissionate dal Partito Comunista Cinese con l’intento di derubarne i segreti per poter replicare la loro crescita e ripristinare l’antico ruolo di superpotenza della Cina.
Documenti programmatici sono stati redatti dal PCC per pianificare quella che dovrebbe essere la crescita e i caratteri che dovrebbe assumere, piani come il “Made in China 2025” o il “China Standard 2035” aiutano a crearsi un’idea del livello di dirigismo che la dittatura di Pechino vuole imprimere al suo paese.
Nel libro vengono documentate dettagliatamente decine di queste attività: dallo spionaggio industriale per competere nel mercato delle auto elettriche fino alle biotecnologie, dalla corruzione di funzionari di stato a operazioni di hackeraggio per carpire segreti militari e documenti classificati, con generali tentativi di “appropriazione” (spesso con successo) di membri d’élite di ogni campo, promettendo ampie remunerazioni e status. Non solo espropriazioni intellettuali ma vere e proprio guerre ibride ai danni delle democrazie liberali, tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica con campagne di disinformazione attuate tramite i più conosciuti social media, con un posto riservato a TikTok, azienda di fatto sotto il controllo del PCC che agli utenti occidentali propinerebbe contenuti frivoli e inutili, atti a renderli il più possibile inattivi, mentre agli utenti cinesi sono riservati contenuti di indottrinamento politico o contenuti che li spingano a impegnarsi ed essere membri produttivi della società.
Rimane infine la questione del Covid-19, su cui rimane ancora forte dubbio circa l’origine e il regime cinese che sembra fare di tutto pur di non collaborare per fare chiarezza, indizi sembrerebbero suggerire che si sia trattato effettivamente di una fuga da laboratorio in cui tra l’altro le condizioni di lavoro e le regole di sicurezza non sarebbero state in ogni caso rispettate.
Per gli autori ciò che si prospetta per il futuro sembra essere chiaro: “Da una parte ci siamo noi, l’Occidente e i suoi alleati. Con i suoi valori e le sue regole irrinunciabili: libertà individuali, accertamento della verità, diritti civili, alternanza al potere e demomeritocrazia […] dall’altra parte c’è la Cina, con la sua imperturbabile élite, che questi valori ritiene fallaci, fuorvianti, illusori, ingannevoli e quindi da estirpare dalle coscienze.”
