La burocrazia come espressione del controllo

Lunedì primo aprile abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “Burocrazia”, di Ludwig von Mises. Erano con noi, Pier Giuseppe Monateri, professore di Diritto privato comparato presso l’Università di Torino, Alessandro Vitale, professore di Geografia economico-politica presso l’Università degli studi di Milano e Bernardo Ferrero, vicedirettore di “Storia Libera”. “Burocrazia” è un libro del 1944, scritto da Mises nel periodo seguente al suo approdo negli Stati Uniti dopo essere aver insegnato a Ginevra, in esilio dalla propria patria e in fuga da un’Europa in guerra , in una fase dove sta rielaborando il materiale che costituirà “L’azione umana”, uno dei grandi capolavori dell’Autore. L’opera qui presa in considerazione è’ uno scritto che fa convergere le riflessioni di Mises sullo specifico e che riprende molti spunti già presenti nelle opere precedenti, da “Socialismo” in poi, e fino al contemporaneo “Lo Stato onnipotente”. Mises, brillante e geniale esponente della terza generazione della Scuola Austriaca di economia, si era distinto per i suoi lavori giovanili sul ciclo e la moneta, ma fin dalla fine della Prima Guerra mondiale comprende come sia la stessa civiltà occidentale, con le sue conquiste e le sue grandezze, ad essere sottoposta a pericoli mortali, che il prosieguo della sua ricerca contribuirà a denunciare. Dapprima mostra l’impossibilità economica del socialismo e del comunismo, sua variante radicale. Ora, può sembrare, soprattutto alla luce delle immense fortune che socialismo e comunismo hanno riscosso, sia attraverso mezzi rivoluzionari e conquiste violente del potere sia mediante l’acquisizione persuasiva del consenso nelle società aperte, nella cultura e nella gestione della vita pubblica e sociale, fortune che perdurano ancora ai nostri giorni nonostante le evidenze contrarie, gli incontestabili fallimenti ed i carichi di dolore e lutti che hanno generato, ebbene, questa affermazione, ossia che Ludwig von Mises abbia dimostrato l’impossibilità teorica, pratica ed economica di socialismo e comunismo come una stravagante eccentricità. Ma è stato proprio questo uno dei suoi fondamentali contributi, tanto più confermato sia dalle evoluzioni, che le incarnazioni di questi ideali hanno assunto lungo tutta la storia del XX e XXI secolo, che dalle fragorose cadute e dal cumulo di nefandezze con cui questi errori si sono puntualmente tramutati in orrori. Mises, però, non si fermò qui e cercò di individuare le componenti inaccettabili a fondamento di queste ideologie, componenti che erano sul punto di distruggere le basi stessa della convivenza civile, della democrazia rappresentativa di matrice liberale, del libero mercato, delle istituzioni che fungevano e fungono da substrato allo sviluppo di ogni singolo individuo e della società nel suo insieme, in primis la proprietà privata. In questa ricerca, Mises compì una trasformazione che vedremo compiersi anche nel suo allievo più famoso, Friedrich August von Hayek, ossia un cambiamento di status intellettuale per fronteggiare i pericoli in atto, divenendo da (relativamente) semplice economista a scienziato sociale a tutto tondo. In quello stesso 1944, peraltro, von Hayek farà uscire, come fatica di guerra e monito rivolto al mondo, “La via della schiavitù”, dove la tesi fondamentale era rappresentata, attraverso uno stile comunicativo chiaro ed efficace, dalla segnalazione dei disagi e dei mali che stavano cambiando la civiltà, ossia il crescente statalismo, l’esondante presenza governativa, il restringimento di tutti gli ambiti della libertà individuale e lo strisciante, palese socialismo all’interno dell’Occidente. sono le stesse preoccupazioni del suo maestro von Mises, che in “Burocrazia” mette in guardia i lettori di fronte ad un’intuizione primaria, vale a dire che la burocrazia non deriva la sua esistenza e il suo significato da criteri desunti dalla produzione di ricchezza, benessere o, in ultima istanza, latamente economici, ma è una emanazione ed uno strumento della politica, del governo, della gestione del potere. A questi “padroni” essa risponde, non certo all’efficienza o, men che meno, a concetti quali servizio o altruismo. L’analisi di Mises è spietata nella sua contrapposizione tra una gestione orientata al profitto, e come tale, sottoposta alle regole e al giudizio meritocratico del libero mercato, e una gestione orientata al controllo, alla perpetuazione dello Stato, del potere e di tutto ciò che essi comportano, perché, in fondo, è da essi che la burocrazia deriva legittimità e possibilità di esistere. In tal senso, allora, il giudizio di Mises non può che essere di segno totalmente negativo, al punto da ritenere che di essa si possa fare a meno in una condizione ideale di pieno libero mercato. Quanto deve essere compreso è che la critica di Mises è una critica, se si passa il termine separato dalle sue accezioni più proprie, “ontologica”, laddove l’Autore, partendo dalla contestazione indubitabile della realtà e del mercato come luoghi del movimento e della dinamicità, mostra come la burocrazia sia piuttosto staticità, conservazione, cristallizzazione, non a caso legata a filo doppio alla proprietà pubblica, al monopolio, alla gestione politica della società, alla volontà di irrigimentare, di coartare, di uniformare. Nella grande lotta, insomma, tra tutti i totalitarismi e ogni forma associata che lascia all’individuo i suoi spazi di libertà e proprietà, la burocrazia si insinua ed assume forme adattate a seconda degli ambiti che deve servire, perché, e questa rappresenta un’altra fondamentale intuizione dell’economista austriaco, essa si sviluppa ovunque sia presente una forma associata di gestione, comprese le imprese di Stato, con profonde implicazioni sociali, politiche e psicologiche. L’auspicio di Mises è che la nostra civiltà si renda conto che vivere impiegati tutti come burocrati, come avrebbero voluto Lenin e prima di lui Engels e Marx, è la sicura modalità per scomparire come persone e come genere.  

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