Perché una donna dovrebbe essere disposta a morire pur di togliersi un velo? Perché un insegnante dovrebbe rischiare la vita per aprire una scuola femminile? Perché uno scrittore dovrebbe continuare a denunciare un regime sapendo di andare incontro al carcere, alla tortura o all’assassinio? Per chi vive in una democrazia liberale queste domande possono sembrare lontane. Vita e libertà contro il fondamentalismo dimostra invece che, ancora oggi, milioni di persone sono costrette a scegliere tra la propria libertà e la propria sopravvivenza.
Fabio Poletti e Cristina Giudici non hanno scritto un libro sul terrorismo islamico. Né hanno realizzato un’inchiesta sulle guerre del Medio Oriente. Hanno fatto qualcosa di molto più prezioso: hanno raccolto trentotto storie di uomini e soprattutto donne che hanno deciso di opporsi al fondamentalismo religioso, spesso pagando con il carcere, l’esilio o la vita. Il risultato è un libro che restituisce un volto umano a un fenomeno che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso statistiche, attentati o crisi geopolitiche.
Il merito principale dell’opera sta proprio nello spostare l’attenzione. Il protagonista non è il fondamentalismo. La protagonista è la libertà. Il fanatismo religioso rappresenta soltanto il contesto entro cui essa viene messa alla prova. Le persone raccontate dagli autori non combattono una religione, ma rivendicano il diritto di scegliere: come vestirsi, cosa credere, cosa insegnare ai propri figli, quale vita costruire. In altre parole, reclamano quella sfera di autonomia individuale che costituisce il cuore stesso della tradizione liberale.
Le trentotto biografie, ordinate cronologicamente, conducono il lettore attraverso Iran, Afghanistan, Iraq, Arabia Saudita, Sudan, Kurdistan, Yemen e altri Paesi nei quali il fondamentalismo continua a limitare concretamente la libertà delle persone. Accanto a figure ormai note, come Mahsa Jina Amini o Narges Mohammadi, trovano spazio attivisti, insegnanti, medici, giornalisti e intellettuali quasi sconosciuti al pubblico occidentale. È proprio questa coralità a rappresentare uno degli aspetti più riusciti del libro: il coraggio non appartiene soltanto agli eroi celebrati dalla storia, ma anche a persone comuni che, in circostanze straordinarie, decidono semplicemente di non piegarsi.
Poletti e Giudici evitano con intelligenza ogni forma di retorica. Le loro biografie sono brevi, documentate e asciutte. Sono i fatti a parlare. Vicende come quella della psichiatra iraniana Homa Darabi, che si diede fuoco dopo essersi tolta il velo in segno di protesta, o dell’attivista afghana Meena Keshwar Kamal, assassinata per il suo impegno a favore dell’istruzione femminile, colpiscono proprio perché non vengono trasformate in racconti edificanti. Gli autori si limitano a mostrare quanto possa costare la libertà quando il potere pretende di disciplinare perfino la coscienza individuale.
Il libro contiene anche un messaggio che dovrebbe interrogare le democrazie occidentali. Troppo spesso i protagonisti di queste pagine rimangono sconosciuti, nonostante difendano gli stessi diritti che l’Occidente proclama universali. La libertà religiosa, la libertà di espressione, la parità tra uomini e donne e la dignità della persona non sono conquiste esclusivamente occidentali: sono aspirazioni condivise da uomini e donne appartenenti a culture molto diverse. Ignorare queste voci significa abbandonare proprio coloro che, nei contesti più difficili, incarnano concretamente i valori delle società aperte.
È forse questa la lezione più importante del libro. I diritti individuali non sopravvivono grazie alle dichiarazioni solenni o ai trattati internazionali. Sopravvivono grazie a persone disposte a difenderli quando diventano scomodi, impopolari o perfino mortali. Le storie raccolte da Poletti e Giudici appartengono certamente all’Iran, all’Afghanistan o al Kurdistan. Ma appartengono anche a noi. Perché ogni società libera continua a esistere soltanto finché qualcuno è disposto a pagarne il prezzo.
