Lunedì 15 giugno, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “La religione dell’antitrust”, di Edwin Shaffer Rockfeller. Erano con noi Giovanni Pitruzzella, Giudice della Corte Costituzionale, Guido Stazi, segretario generale dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Fabio Cintoli, professore di Diritto amministrativo presso l’Università degli Studi internazionali di Roma e Alessandro De Nicola, presidente di “The Adam Smith Society Italia”. E’ stata sicuramente la sua formazione universitaria a Yale ed alla John Hopkins School of Advanced International Studies a far germinare in Edwin Rockfeller l’interesse per la legislazione sui monopoli, ma è stata in particolar modo la sua quarantennale esperienza come legale presso uno studio di Washington a specializzarlo nella legislazione di impresa oltre che negli aspetti più approfonditi delle normative antitrust. La posizione di Rockfeller sulle normative e, in genere, sullo sforzo compiuto dalle varie amministrazioni e da Congressi per regolamentare e disciplinare il multiforme e variegato mondo che si riconosce e che ruota attorno all’antitrust può essere sintetizzata in una articolata, esplicita, decisa critica. Una critica, peraltro, che premette e prelude ad un rifiuto verso ogni tentativo da parte dell’autorità legislativa (ergo statale) verso gli esiti e le risoluzioni liberamente conclusi nel mercato. L’Autore mette sistematicamente in dubbio che esistano condotte lesive della concorrenza, così come esprime il suo scetticismo sul fatto che il complesso normativo dell’antitrust sia pensato ed applicato a tutela dei consumatori. Rockfeller ha osato mettere in discussione un vero e proprio feticcio ed ha avuto il meritorio coraggio di non accettare come acclarata la “religione” laica dell’antitrust, che ha suoi testi sacri, sue liturgie e suoi sacerdoti. Lo ha fatto andando a vedere le carte, scoprendo il gioco dietro i proclami, provando ad effettuare una ricerca disincantata sulle caratteristiche del diritto antitrust e sulle conseguenze che esso produce. Conseguenze apparentemente inintenzionali, prima fra tutte il posizionare astrusità ed arbitrarietà a carico delle imprese, le stesse imprese che si trovano, pertanto nella paradossale situazione di essere sbalzati in un universo kafkiano di meccanismi escogitati con le, apparenti, migliori intenzioni di garantire e promuovere la libera concorrenza. Chiunque abbia una certa familiarità con gli esiti metodologici della Scuola Austriaca sa che gli esiti non solo non sono sempre quelli sperati, ma spesso si ribaltano in quelli indesiderati, cambiando totalmente di segno un intero quadro. In questo caso, ci suggerisce Rockfeller, le conseguenze appaiono soltanto come opposte rispetto alle intenzioni, mentre, nella realtà e nei desideri di chi si le ha formulate e promulgate, esse hanno saputo perfettamente servire ai reali scopi per le quali erano state progettate, ossia ad un maggiore controllo, una superiore pervasività dell’autorità e delle istituzioni statali sul settore privato, un aggravio dei costi e delle imposizioni che burocrazia e settore pubblico richiedono agli imprenditori. La convinzione di Rockfeller è basata sia sugli esiti di approfondite ricerche sulle normative sia sulla reale portata oltre che sulle effettive dimensioni delle conseguenze. Ma è, inoltre, anche diretta dalla impostazione, tutta liberale, che vi possano essere dimensioni, piani e ambiti in cui lo Stato sarebbe opportuno che si astenesse dall’entrare. Il Congresso dimostrò, poi, nei suoi vari interventi non tanto di essere mosso da un’effettiva necessità, ma da una vera e propria guerra di religione contro la dimensione privata e proprietaristica. Dovrebbe risultare significativo, in quest’ottica, il palese quanto inopinato arricchimento di cui “la comunità antitrust”, come l’Autore definisce tutti i sostenitori a vario titolo del complesso di norme e dell’ideologia che vi soggiace, beneficia in maniera non certamente disinteressata. Rockfeller cerca, in questo testo come pure in altri improntati sulla stessa linea, di ribaltare lo sfavore e l’ostilità generale verso la concentrazione societaria, che rappresentano tutti epifenomeni emozionali di un più profondo e latente, seppur totalmente ingiustificato,orrore per il mercato, le sue facoltà e ciò che esso permette a tutti. In un passo di estrema efficacia, l’Autore si chiede se veramente dei burocrati possano essere migliori giudici dell’interesse di un’azienda rispetto a coloro il cui interesse risiede proprio nell’azienda. Questo rappresenta davvero un quesito stimolante, posto davanti a ciascuno di noi : della nostra sfera, chi può essere migliore giudice se non noi, rispetto ad un oscuro burocrate ? Rockfeller non si accontenta di attaccare il concetto stesso di antitrust, le sue implicazioni metodologiche e i suoi esiti : l’Autore ne mette in forte dubbio anche l’efficacia e l’efficienza, opinando che esso si basa, essenzialmente, su un’analisi statica e non dinamica dei fatti del mondo reale. Queste ed altre intuizioni contenute nel denso quanto scorrevole volumetto dovrebbero costituire motivo di interesse per qualsiasi lettore, in particolar modo per il loro esplicito tentativo di contestare un idolo, un’operazione sempre molto educativa.
