L’uomo non è onnipotente, ogni totalitarismo è infondato

Lunedì 9 febbraio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato il libro di Lorenzo Infantino “La reazione totalitaria” , edito da Rubbettino. Erano con noi Simona Fallocco, professore di Sociologia e metodologia della ricerca presso l’Università della Tuscia, Nicola Iannello, giornalista e Fellow dell’Istituto Bruno Leoni ed Emma Galli, professore di Scienza delle finanze presso l’Università La Sapienza di Roma. Ad un anno dalla sua morte improvvisa, avvenuta a Roma il 18 gennaio del 2025, Lodi Liberale ha voluto rendere omaggio a Lorenzo Infantino ed alla sua instancabile carriera di studioso del pensiero liberale e delle scienze umane. Lo ha fatto parlando del suo libro postumo, “La reazione totalitaria”, appunto, a cui lo studioso aveva dedicato le sue ultime cure e che propone un’analisi al solito lucida e documentata dei fondamenti teorici e concettuali del totalitarismo moderno. L’Autore, con la padronanza dei testi e con l’erudizione che gli sono sempre state proprie, qualità che ha avuto modo di mostrare nelle molte serate di Lodi Liberale in cui è stato ospite presentando suoi libri oppure le opere di qualche grande autore della tradizione liberale di cui aveva curato la pubblicazione, ebbene “il professor Infantino” ci ha lasciati con un libro che, oltre ad assommare gli esiti delle sue vaste ricerche nel corso degli anni, si legge, per così dire, <>, ossia risalendo al valore della libertà attraverso l’analisi delle argomentazioni e delle concezioni basilari di quei pensatori che, di fatto, si sono rivelati ostili proprio alla tradizione liberale. Quello che emerge è, primariamente, che per comprendere appieno teorie e contenuti dei nemici della libertà, si deve necessariamente risalire alla teoria della conoscenza che sta dietro la loro idea di società e, quindi, che il passo da compiere, per chi si approccia a questo universo stratificato di pensatori, è rilevare la loro premessa gnoseologica. Ebbene, nella ricerca compiuta da Lorenzo Infantino, una ricerca condotta, lo ricordiamo perché lui stesso lo rammentava orgogliosamente in ogni occasione, nel solco della grande tradizione liberale dell’individualismo metodologico e della consapevolezza della condizione umana di fallibilità, ciò che accomuna correnti, filosofi, sociologi, riformatori, economisti, storici e in genere intellettuali ostili ad ogni difesa della libertà individuale o di scelta, sta la pretesa di credere che l’essere umano possa, con i propri esclusivi mezzi e in modo intenzionale, orientare la società e l’intero orizzonte delle azioni umane. Da questa pretesa, vana e destinata a scontrarsi inevitabilmente con una realtà quotidiana, che attesta, piuttosto, la limitatezza dell’essere umano, la sua condizione di ignoranza e fallibilità, si originano le più svariate posizioni e i più differenti orientamenti, ma tutti con al fondo questa persuasione di onnipotenza umana di condizionare individui, società, economie e ordinamenti. Ecco, allora, che l’intero corso del pensiero e della riflessione viene diviso fra coloro che hanno abbracciato convintamente questo “mito” della plausibilità dell’ordinamento dall’alto da parte di qualcuno (un “Grande Legislatore”, un “Gruppo Superiore”, una “Classe” etc) e coloro che, invece, proprio dalla constatazione della reale condizione umana, che non è sicuramente onnisciente e che, anzi, è dominata dall’errore e dall’ignoranza, hanno preferito recuperare il dubbio socratico e capire che una via per uscire da ignoranza e fallibilità umane è possibile, ricorrendo, cioè, alla cooperazione, alla <>, alla libertà di scelta da parte di ciascun individuo, alla possibilità riservata a ciascuno di esplorare l’ignoto salvaguardando la sua possibilità di sbagliare e correggersi. Capendo, inoltre, che la società e le istituzioni avanzano attraverso gli sforzi di ciascun individuo libero e che questi sforzi sono resi possibili da una cornice di norme generali che si adeguano ed evolvono in una serie di contesti che concorrono alla loro formazione. Alexis de Tocqueville ha espresso in maniera estremamente icastica questo concetto, ricordando, con la lucidità che lo ha sempre contraddistinto, che nella cultura si è registrata la contrapposizione fra coloro che sostengono la plausibilità del “punto di vista privilegiato sul mondo” sulla scorta di una fiducia illimitata nei poteri dell’uomo e coloro che a questa visione hanno rinunciato, contestandola in nome della realtà e della libertà. Costoro sono stati ben consapevoli che tutte le decisioni non si possono accentrare, che l’essere umano è limitato, ignorante e fallibile, ma che, se lasciato libero di scegliere, se inserito in un quadro di norme che tutelino l’ordine sociale salvaguardando la libertà di ciascuno, i risultati possono essere straordinari sia per ognuno che per tutti. Questa ricostruzione non è quella che ci viene inculcata nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, non è il sostrato che sta alla base di ogni concezione politica dominante, non è nemmeno lontanamente accostabile al milieu preponderante presso la maggior parte non solo degli uomini e delle donne di cultura, per i quali ogni problema deve essere risolto “dall’alto”, ma non lo è nemmeno per la maggior parte delle persone, convinte che il modo migliore per venire a capo dei propri singoli disagi non siano essi stessi, ma qualche “entità”, che da lontano, da sopra, in maniera infallibile sa cos’è giusto e cosa è meglio per ciascuno. Ebbene, la storia delle idee ha portato a questo, perché le idee sono importantissime e reali, ma è bene sapere quale corrente ha generato tutto questo e quale aspetto comune sottenda ad ogni “profeta” di questa impostazione. Anche per sapere che esiste un modo alternativo di vedere il mondo, una diversa corrente, un altro fiume, a cui dobbiamo la maggior parte dei nostri benefici ed il cui valore non è, certamente, adeguatamente riconosciuto.

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