Ci sono libri che spiegano Israele attraverso mappe, risoluzioni ONU, date e trattati. E poi c’è “Lo scandalo Israele” di David Parenzo (Rizzoli editore),che sceglie un’altra via: raccontare volti, famiglie, vite spezzate o ricomposte dentro la quotidianità di un Paese che vive in bilico tra normalità e guerra.
Il libro non nasce da un esercizio teorico. Nasce da un conflitto interiore. Parenzo lo dichiara senza ambiguità: è “ebreo e laico”, crede nella separazione tra Stato e religione, ma ama Israele perché lo sente come “seconda patria ideale”, “Occidente in Oriente”, “oasi di democrazia” . L’immagine che attraversa le prime pagine è potentissima: a Roma la tavola del venerdì sera è apparecchiata, la tovaglia di fiandra è quella buona; altrove, “Israele invece va a fuoco”. È la distanza tra pace privata e incendio pubblico.
Da qui si dipanano sette storie. Non casi simbolici, ma esistenze concrete. Madri e padri che vivono con il telefono sempre acceso. Giovani che fanno il servizio militare sapendo che non è un rito astratto, ma una necessità. Famiglie che hanno conosciuto il terrorismo e, insieme, continuano a credere nella convivenza. Ogni racconto è un frammento di quel mosaico che l’autore, nelle pagine finali, definisce “uno spaccato di Israele che spesso è poco indagato”.
Il punto centrale non è l’eroismo, ma la normalità sotto pressione. Israele appare come un Paese in cui si litiga, si vota, si protesta contro il governo, si discute di giustizia e di guerra. Parenzo non indulge in santificazioni: prende le distanze da Benjamin Netanyahu e dalla sua coalizione. Ma attraverso le storie personali mostra che ridurre tutto a una caricatura politica significa cancellare milioni di vite che non coincidono con un governo.
Il libro è attraversato da una consapevolezza dolorosa: l’isolamento culturale di Israele in parte dell’opinione pubblica occidentale. Lo scandalo, allora, non è lo Stato ebraico in sé, ma la rimozione della sua complessità. Quando si dimenticano le storie – le famiglie, i bambini, le paure – restano solo gli slogan.
Non a caso Parenzo chiude evocando Antonio Tabucchi e le “ragioni del cuore”. E aggiunge che, in questo caso, cuore e convinzioni coincidono. Non è solo un libro scritto “di pancia”: è una presa di posizione ragionata, che nasce dall’intreccio tra identità personale e principio democratico.
Per Lodi Liberale, “Lo scandalo Israele” è interessante proprio per questo: ricorda che il liberalismo non è equidistanza sterile, ma capacità di riconoscere la dignità delle persone dentro i conflitti della storia. Le sette storie raccontate non risolvono il dramma mediorientale. Tuttavia, obbligano il lettore a guardare Israele non come simbolo, bensì come società viva, attraversata da dolore e da libertà.
E forse è proprio qui la lezione più forte del libro: prima di giudicare uno Stato, bisogna ascoltare le sue persone.
