Il valore della disuguaglianza di Eamonn Butler è un’opera che, in opposizione alla tendenza, comunissima nel mondo contemporaneo, di considerare l’uguaglianza come il fondamento stesso della giustizia, evidenzia, al contrario, come la disuguaglianza, in verità, sia stata il motore della crescita economica e del progresso sociale; «Cercare di porre fine ai problemi sociali abolendo la disuguaglianza – afferma l’autore – è come cercare di porre fine alla criminalità abolendo la legge». Butler, nel corso del testo, mette in discussione, facendo sovente uso di dati, moltissimi luoghi comuni su cui i sostenitori dell’economia pianificata fondano spesso le proprie tesi – come, per esempio, l’idea sulla base di cui i Paesi occidentali siano più ricchi per merito del colonialismo, o quella secondo cui molti problemi sociali (quali obesità, depressione etc.) siano causati dalla disuguaglianza economica, o, ancora, quella sulla base di cui i poveri sarebbero sempre più poveri e i ricchi sarebbero sempre più ricchi – e i metodi statistici più diffusi volti a misurare la disuguaglianza del reddito e della ricchezza – in primis, la curva di Lorenz e il coefficiente di Gini. Butler critica, tra le altre, le concezioni filosofica di Rawls ed economica di Piketty, che hanno, come egli stesso sottolinea, grande influenza nell’odierno dibattito sulla disuguaglianza. L’autore, nell’opera, fa emergere anche la più grande contraddizione che caratterizza l’egualitarismo: chi mira alla realizzazione dell’uguaglianza sostanziale e all’impiego dello Stato come mezzo per il proprio fine propone, allo scopo di raggiungere l’uguaglianza, un trattamento diseguale di individui differenti – la medesima contraddizione viene mostrata anche da Hayek ne La società libera, testo in cui l’economista austriaco afferma l’assoluta incompatibilità dell’uguaglianza materiale e di quella formale. Qualsiasi forma di redistribuzione del denaro, oltre a violare il principio di uguaglianza di fronte alla legge, è inoltre null’altro che un atto coercitivo: «tutte le perequazioni forzate – scrive Butler – […] richiedono la minaccia di violenza contro alcune persone». Siccome non vi sono motivazioni economiche valide per supportare la realizzazione di una completa uguaglianza sostanziale per mezzo di politiche statali – poiché, come l’autore mostra, negli Stati con il tasso di libertà economico più alto la povertà assoluta è quasi del tutto scomparsa e, inoltre, in essi vi è, rispetto ai Paesi più statalisti, un’uguaglianza economica maggiore –, i suoi promotori si appellano, in ultima analisi, a tesi etiche: essi, dunque, sostengono che l’uguaglianza sostanziale dovrebbe essere imposta poiché sarebbe un “bene in sé”. Costoro, tuttavia, nelle proprie considerazioni morali, passano indebitamente dal piano descrittivo (“Non vi è uguaglianza sostanziale”) al piano prescrittivo (“Vi deve essere uguaglianza sostanziale”), violando, così, la legge di Hume – Hume, nel Trattato sulla natura umana, scrive che il passaggio dall’essere («is») al dover essere («ought»6) non è scontato, ma deve essere argomentato –: come Butler stesso sottolinea, «disuguaglianza e distribuzione […] sono descrizioni, non prescrizioni». La posizione etica dei sostenitori dell’egualitarismo non rappresenta soltanto un indebito passaggio dal piano descrittivo a quello prescrittivo, ma si fonda su una concezione di fondo errata: costoro, in particolare, descrivono la distribuzione di ricchezza come una torta divisa in più fette, sostenendo che esse, nella società contemporanea, siano ampiamente diseguali. In verità, come Butler spiega, «la ricchezza non è qualcosa che viene sottratto ad altri […] ma qualcosa che viene creato nelle transazioni economiche quotidiane tra individui diversi»; i collettivisti, legati alla metafora della torta, considerano la ricchezza come statica, quando, invece, essa è dinamica, poiché è la risultante del costante meccanismo del mercato; vi è una sola organizzazione che detiene una ricchezza stagnante e, dunque, effettivamente statica, ossia lo Stato – sottrarre ricchezza ad altri, scrive Butler, è esattamente il «modo in cui operano […] i governi» –, che è, paradossalmente, proprio l’ente a cui i propugnatori dell’egualitarismo si appellano per applicare le proprie proposte – peraltro, come spiega l’autore, spesso la disuguaglianza è stata «accresciuta, e non alleviata, dall’azione dello Stato».
Ciò a cui il collettivista, il quale etichetta se stesso come “difensore dei poveri”, dovrebbe mirare non è l’uguaglianza, bensì, per l’appunto, la riduzione della povertà; ma costui, come la Thatcher ha giustamente evidenziato, “preferirebbe che i poveri fossero più poveri, purché i ricchi fossero meno ricchi”
