Martedì 29 aprile, in occasione della trecento undicesima serata di Lodi Liberale, abbiamo presentato, presso il ristorante “Isola Caprera” di Lodi, il libro “Il tempo delle chiavi. L’omicidio Ramelli e la stagione dell’intolleranza”, pubblicato da Edizioni Piemme. Erano con noi Nicola Rao (Giornalista e Direttore della comunicazione della RAI), Gianni Scipione Rossi (Giornalista e membro del Consiglio d’indirizzo dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri) e Sergio Spagnolo (Avvocato). “ll tempo delle chiavi” di Nicola Rao è molto più di un saggio storico o di un’indagine giornalistica. È un viaggio necessario nella memoria di un’Italia spaccata, segnata da una stagione – gli anni Settanta – in cui il confronto politico degenerava troppo spesso in odio e violenza.
Al centro del libro c’è Sergio Ramelli, uno studente diciottenne milanese, la cui famiglia era originaria di San Martino in Strada, in provincia di Lodi. Era iscritto al Fronte della Gioventù, la formazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. Uno studente normale, appassionato di politica. Ma in una scuola come l’Istituto Tecnico Molinari, dominato da una cultura di sinistra radicale, dichiararsi di destra significava esporsi. Quando in un tema scolastico Sergio si espresse contro la violenza delle Brigate Rosse, cominciarono gli atti di intimidazione. Le scritte sui muri: “Ramelli fascista, sei il primo della lista”. Le aggressioni verbali. L’isolamento. E infine, l’agguato.
Il 13 marzo 1975, infatti, mentre rientrava a casa in motorino, fu aggredito sotto casa da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia (tra i quali alcuni studenti di medicina). Lo colpirono ripetutamente alla testa con una chiave inglese, uno strumento da officina trasformato in arma da guerra politica. Dopo il pestaggio, lo lasciarono a terra, esanime. Sergio, tuttavia, non morì subito: trascorse 47 giorni di agonia in un letto d’ospedale. Il 29 aprile 1975, il suo cuore si fermò non avendo ancora compiuto 19 anni.
Il titolo stesso, “Il tempo delle chiavi”, fa riferimento a un elemento tragico e simbolico di quel periodo: la chiave inglese Hazet 36, usata da diversi gruppi extraparlamentari come arma durante le aggressioni. Un oggetto che da strumento da lavoro diventa simbolo di violenza. Rao documenta come solo a Milano, tra il 1972 e il 1976, vi furono circa 200 aggressioni con queste “chiavi” – chiamate gergalmente “cucchini” – e che solo una, quella a Ramelli, finì in omicidio. Ma è sufficiente per capire il clima: una quotidianità di minacce, pestaggi, vendette, dove la violenza era non solo accettata, ma in certi ambienti persino giustificata come “atto politico”.
Il libro, però, non si limita a ricostruire i fatti. Con un lavoro meticoloso, raccoglie testimonianze dei protagonisti, atti giudiziari, documenti d’archivio, memorie scolastiche e familiari. Intervista anche alcuni degli aggressori, oggi adulti, professionisti rispettati, molti dei quali hanno scelto negli anni di raccontare pubblicamente il loro percorso di consapevolezza e pentimento. Ed è proprio attraverso questo mosaico di voci che emerge la dimensione più tragica di quella stagione: non si trattava solo di violenza, ma di intolleranza sistemica, accettata, condivisa, a volte perfino legittimata da ambienti culturali, scolastici, politici.
Uno dei capitoli più duri e significativi è quello dedicato al clima che si respirava all’interno delle scuole. Rao non ha paura di dire che Ramelli fu lasciato solo, non solo dai compagni ma anche da molti professori. Non pochi insegnanti, invece di proteggerlo, scelsero il silenzio. Preferirono non vedere, non intervenire, forse per paura, forse per conformismo. E così, giorno dopo giorno, Sergio diventò un bersaglio designato. La sua colpa? Avere espresso liberamente le proprie idee. Un diritto costituzionale, che in quegli anni si poteva pagare con la vita.
Tra le voci che risuonano con forza nel libro, quella di Sergio Spagnolo ha una carica emotiva particolarmente intensa. Spagnolo, ex studente milanese, oggi avvocato, racconta con lucidità e amarezza la sua esperienza personale negli anni Settanta, in un clima che definisce senza mezzi termini “malato di ideologia”. Frequentava il liceo classico Parini, considerato allora un tempio della cultura progressista milanese, ma anche un luogo dove l’omologazione politica era la norma e dove chiunque esprimesse un’idea non conforme rischiava di diventare un bersaglio.
Spagnolo non fu mai un militante violento, ma si riconosceva in una visione del mondo alternativa a quella dominante nelle scuole dell’epoca. Questo bastava per essere visto come “il nemico”. Racconta di come venne processato simbolicamente da un’assemblea studentesca, con accuse che oggi appaiono grottesche: essere un “fascista”, quindi automaticamente colpevole. Ricorda l’umiliazione, la solitudine, e la rabbia di non poter replicare. In quel contesto, il dissenso era intollerabile, e anche un tema scolastico – come nel caso di Ramelli – poteva trasformarsi in una condanna.
Un altro aspetto centrale del libro è la dimensione del pentimento. Alcuni degli aggressori di Ramelli, negli anni, hanno scelto di parlare, di chiedere scusa, di restituire dignità alla memoria di quel ragazzo. Sono confessioni dure e spesso devastanti. Non servono per cancellare il passato, ma per capire quanto in profondità il veleno di un’ideologia totalitaria, quella della sinistra armata, possa arrivare a inquinare anche le coscienze più giovani.
“Il tempo delle chiavi” ha un valore che va oltre la cronaca. È un’opera civile, che dovrebbe essere letta soprattutto dai più giovani. È un libro che ricorda quanto sia fragile la convivenza democratica, quanto sia facile cadere nella logica della delegittimazione e della violenza. E che ci avverte: l’intolleranza non è solo un fenomeno del passato. È un rischio sempre presente, in ogni società.
Rao chiude con un auspicio: che il 29 aprile, anniversario della morte di Sergio Ramelli, diventi un’occasione non per celebrazioni di parte, ma per una memoria condivisa, capace di includere tutte le vittime della violenza politica, senza muri ideologici.
Il libro si chiude poi con una postfazione di Guido Salvini, il magistrato che anni dopo riaprì l’inchiesta sull’omicidio. Salvini sottolinea come l’Italia, a distanza di decenni, continui a faticare nel riconoscere pienamente le colpe di quella stagione. Le vittime della violenza di sinistra – come Ramelli – sono spesso rimaste fuori dalla narrazione, o trattate con fastidio. Ma se una democrazia vuole essere davvero tale, sostiene il magistrato, deve avere il coraggio di guardare tutte le sue ferite senza reticenze.
