Lunedì 20 aprile, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti, abbiamo presentato il libro “Liberi di costruire” di Marco Romano, professore onorario di Estetica della Città, insieme all’autore e a Gian Luca Perinotto, membro della Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori.
Il volume di Romano, un vero e proprio manifesto programmatico dell’urbanistica, pone al centro il rapporto universale e reciproco che lega i cittadini alla città, fin dalla sua costituzione. Si tratta di una vicenda secolare che perdura e si rinnova, tra conflitti e contraddizioni, dall’età dei Comuni fino all’età contemporanea ed è ancora oggi un tema di grande attualità. Il campo di analisi di Romano è la città europea, palinsesto di segni e significati, la cui radice identitaria è insita nei concetti di civitas (intesa come appartenenza dell’individuo ad una società democratica, libera, aperta e mobile) e di urbs (l’insieme di “temi” collettivi quali strade, piazze, palazzi, chiese, che compongono la città fisica e che traducono materialmente la civitas). Secondo Romano, la città si configura come lo spazio comune in cui ciascun uomo afferma e consolida la propria individualità di fronte ad una società di cui riconosce di far parte. Espressione di questa libertà è, ad esempio, la realizzazione di facciate ornamentali come rappresentazione del proprio status sociale e culturale, nel rispetto di un linguaggio formale che rappresenta anche un costume consolidato, fatto di regole condivise, quali l’allineamento della facciata rispetto al fronte strada e l’altezza delle case commisurata a quella degli altri edifici. Un caso esemplare è quello di via Dante a Milano, la cui monumentalità e magnificenza è determinata dalla varietà dei desideri individuali espressi dai proprietari e dagli architetti sulle facciate delle case.
Romano fonda la sua tesi argomentando con continui riferimenti alla storia della città, arricchendo la narrazione con aneddoti ed evocando i temi compositivi urbanistici ricorrenti: le mura, le cattedrali, la piazza del mercato, il palazzo municipale di matrice feudale, i giardini pubblici inglesi di origine Trecentesca, i boulevard, le passeggiate e le strade trionfali di estrazione Ottocentesca. La bellezza dei temi architettonici della città è l’esito di un processo dialettico fra la democrazia e la volontà estetica manifestata dalla civitas, con la libertà individuale che esprime l’individualità e i desideri dei cittadini, La mancanza di queste condizioni determina la perdita del valore specifico ed antropologico della città stessa.
Romano accosta l’inizio della crisi dell’urbanità e della pratica urbanistica con l’entrata in vigore della Legge Urbanistica del 1942 e l’introduzione dello strumento del Piano Regolatore Comunale, ritenuta dall’autore un’eclatante azione di coercizione della libertà individuale di costruire, che viene segregata in un corpus normativo composto da regole complesse, rigide, definite ex ante senza riguardo per le circostanze e dettate dall’alto. La pianificazione urbanistica si avvale così di prescrizioni del tutto indifferenti al desiderio di civitas degli individui appartenenti alla città. Romano ne smaschera gli artifici (commissioni edilizie e puntigliose disposizioni normative), ne mostra i limiti (incertezza, inadeguatezza, aleatorietà, discrezionalità) e denuncia i mali che l’affliggono (abusivismo e corruzione).
Il contesto attuale vede invece la presenza di minuziose e infinite regole urbanistiche, derivanti dalla pretesa di imporre a tutti la visione del modello di abitazione “giusto” da parte di presunti esperti attraverso la coercizione pubblica. Questa pretesa pianificatrice produce numerosi effetti negativi: innanzitutto abbiamo una ingiustificata repressione della libertà dei cittadini di poter decidere a loro piacimento come debba essere l’interno della propria abitazione. Ciò si ripercuote quindi in una limitazione della creatività degli architetti, troppo spesso ridotti a meri esecutori tecnici, costretti a concentrarsi più sul rispetto pedissequo di norme astruse o sulla ricerca di umilianti sotterfugi volti ad aggirare regole inutilmente vincolanti, piuttosto che sulla vera progettazione di abitazioni in base ai gusti e alle esigenze del proprietario. Una normativa eccessivamente dettagliata e invasiva porta poi a una fisiologica crescita delle possibilità di corruzione, con la conseguenza aggiuntiva che spesso le modifiche dei piani regolatori (oggi piani di governo del territorio) hanno il solo fine di agevolare alcuni operatori specifici, piuttosto che variare regole generali. Infine tutto ciò sfocia in una comprensibile rivolta dei cittadini che si rifiutano di obbedire a norme incomprensibili, arrivando quindi a commettere piccoli “abusi” edilizi, spesso ritenuti tali solo perché non in linea con l’asfissiante giungla di norme esistenti e quindi ben diversi dagli scempi urbanistici che hanno devastato il nostro territorio. Infine la giustificata perplessità dei cittadini di fronte a queste norme incomprensibili produce un pericoloso effetto collaterale, ovvero quella deleteria e sbagliata convinzione che tutte le norme, in quanto dannose, siano legittimamente trasgredibili.
È allora forse il caso di ripensare al concetto stesso di pianificazione urbanistica, ultimo campo in cui si ha ancora la pretesa di imporre dall’alto la visione di presunti esperti che pensano di sapere ciò che è bene per tutti. Di fronte a questo panorama, tipico dell’età contemporanea, Romano propone l’elaborazione di un compendio urbanistico flessibile e dinamico, composto da un set di linee guida entro cui governare le trasformazioni urbane. L’obiettivo è quello di fornire uno strumento comprensibile a tutti con regole chiare e semplici, così da restituire la sovranità e la libertà ai cittadini. Il ritorno alla libertà di costruire è quindi la soluzione vera per risolvere gli effetti negativi prodotti dalla pervasività normativa in campo urbanistico.

