Una prospettiva liberal-comunitaria

Il volume di Dino Cofrancesco dato alle stampe nel 2023 per i tipi de “La Vela” col titolo “Per un liberalismo comunitario. Critica dell’individualismo liberista”, è una antologia degli articoli scritti dall’autore per l’Huffington Post tra il 2 gennaio 2021 ed il 21 maggio 2023.

Essendo una antologia che raccoglie interventi periodici è evidente lo stretto collegamento con i temi offerti dall’attualità. Ma non si tratta di una cronaca pedissequa: ogni evento oggetto di commento viene trattato, correttamente, come punto di partenza per riflessioni più generali e più profonde.

Ciò che tiene assieme i contributi è l’idea forte dell’autore: il tentativo di fornire una legittimazione culturale, storica e politica a quello che viene chiamato liberalismo comunitario, rispetto al quale Cofrancesco respinge, sin dall’apertura della sua introduzione, l’epiteto di 《ircocervo》. Qui, a chi conosce la riflessione più che cinquantennale di Cofrancesco, non dispiace il confronto con un dei temi che interessarono l’autore: l’ircocervo – non a caso epiteto crociano – di Guido Calogero, nel volume pubblicato da Marzorati nel 1972 “In difesa del liberalsocialismo ed altri saggi”.

Gli ideali contraddittori, sul piano delle idee, sono il repubblicanesimo e il razionalismo illuminista, con la sua filiazione storica del liberalismo universalistico e la sua ambizione al superamento delle barriere nazionali.

Quel liberalismo cui Cofrancesco imputa l’incapacità di far di conto con un fatto, per lui evidente, ovvero la sua incapacità di comprendere che il terreno di gioco su cui si affronta oggi la partita dei valori è il campo della storia con l’auspicata necessità di recuperare il senso di “patria” o di “nazione”. Di qui la predilezione, nel testo, al confronto con Renzo De Felice e Rosario Romeo più che non il recupero del dibattito su liberalismo e liberismo tra Croce ed Einaudi.

L’idea che il liberalismo abbia una propria proiezione comunitaria non è nuova, anche se non va dimenticato come un pensatore liberale con Ralph Dahrendorf parlasse di libertà individuale e di legature che tengono uniti i singoli individui.

Il recupero del magistero di Romeo viene visto come funzionale a mettere all’erta il lettore su una necessità ineliminabile, ovvero il dovere di mantener fede al senso della storia. Non si tratta, evidentemente, dell’idea erronea di una certa vulgata storicista, ovvero quella deterministica, già duramente criticata da Karl Popper nella sua “Miseria dello storicismo”. Piuttosto, e qui il Croce tenuto lontano quale strumento per comprendere il dibattito dell’oggi, ritorna – e non poteva ritornare data la formazione di Cofrancesco – proprio nella lezione storiografica.

E di questa lezione, pienamente appresa dall’autore, si vuol ampliare lo spettro recuperando ed attualizzando l’insegnamento della riflessione storica di Renzo De Felice, soprattutto nella rilettura del fascismo e dei suoi profondi legami con l’identità italiana del ventennio.

L’obiettivo, non nuovo per il vero, è quello di ridefinire non solo e non tanto i limiti della retorica dell’antifascismo militante, rispetto alla quale l’impegno di Cofrancesco è incessante, ma, con meno determinazione, di ridefinire, storicamente, anche l’attualità delle sempre presenti vulgate che ammoniscono circa l’immanente rischio di una qualche forma di rinnovato comunismo. Breve: se da un lato si cerca di storicizzare il fascismo, dall’altro si cerca di ricordare che oggi non vi è il rischio che i cosacchi abbeverino i loro cavalli a San Pietro.

Nel tentativo di Cofrancesco, però, lascia perplessi l’idea di proporre una qualche forma di compatibilità tra il nazionalismo e libero mercato. Va da sé, infatti, che anche su di un piano storico il primo faccia gioco sul secondo. Ed è lo stesso Vivarelli, la cui opera è meritoriamente ricordata, a ricordare come il nazionalismo a cavaliere tra 800 e 900 fosse permeato da una visione antagonista dei rapporti internazionali e l’economia inevitabilmente posta a servizio di un ideale politico, quello nazionale, il cui fine precipuo era proprio quello di preservare al proprio interno le tradizionali strutture sociali (R. Vivarelli, Liberismo, protezionismo, fascismo).

Chiara la posizione di Cofrancesco in materia di c.d. hate speech, e condivisibile anche se la difesa di questo contro le maglie strette della political correctness non può ritenersi appannaggio di una parte politica, idealmente di una astratta destra pro libertate: facile infatti pensare alla difesa dello hate speech fatta da sinistra e da posizioni liberali da Ronald Dworkin, proprio per affermare la consustanzialità tra principio democratico (ciascun voto conta) e libertà di espressione (ciascuna opinione deve esser ammessa).

Ciascuno degli articoli è piacevolmente condotto con prosa elegante e con riferimenti ampi ed accorti. Ne risulta una proposta articolata e complessa, ove il piacere della complessità, per dirla sempre con Croce, è tipicamente liberale.

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