Lunedì due ottobre abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “L’idea di giustizia”, di Amartya Sen. Erano con noi Stefano Zamagni, professore di Economia politica presso l’Università di Bologna, Armando Massarenti, filosofo ed epistemologo e Corrado Ocone, filosofo. La figura e l’opera di questo studioso, che ha operato una sintesi tra i suoi molteplici interessi e che ha dato importanti , contributi in molti campi, hanno rappresentato e continuano a rappresentare, essendo Sen ancora vivente, una serie di significati che si sono dimostrati rilevanti nel dibattito intellettuale dell’epoca della globalizzazione. Sen, indiano del Bengala, si è formato principalmente nell’accademia anglosassone ed ha completato il suo prestigioso cursus honorum presso le più importanti istituzioni universitarie del mondo, mantenendo a lungo un prestigio ed un ascendente incontestabili. Questo prestigio è stato accresciuto dal conferimento, nel 1998, del Premio Nobel per l’Economia, sebbene questo riconoscimento non abbia certo rappresentato, per Sen, un punto di arrivo. Si può affermare, con una certa qual fondatezza, che Sen abbia sempre praticato una ricerca inesausta di soluzioni, di analisi, di riflessioni e che il suo percorso continui a mostrare il suo interesse per chiunque voglia misurarsi su tematiche di non certo facile compimento. Un uomo a cavallo di varie culture, ma proiettato verso il mondo, uno studioso che parte dall’economia per inserire al suo interno le scienze sociali e, soprattutto, la filosofia. Un intellettuale che non ha voluto, nella sua parabola, accontentarsi, ma che ha cercato di portare all’interno la ricchezza multiforme del suo paese di origine, così intriso di contrasti, così pieno di strabilianti diversità, così bisognoso di giustizia equa. L’India è nei suoi libri, nei suoi ricordi, nelle sue idee, come un basso continuo che innerva di suoni peculiari ogni lato delle sue posizioni e delle sue teorie. Si può, ragionevolmente, tentare di dire che la produzione di Amartya Sen sorge da istanze, problematiche e conflitti interni al subcontinente indiano, che poi si nutra della formazione accademica avute presso Cambridge, Londra, Oxford e Harvard e che si orienti, infine, verso il mondo. Sorretta da una preoccupazione eminentemente filosofica, quella di una giustizia che sia più equa effettivamente, e non solo teoricamente. Questo sostrato ha fatto da stella polare per l’economista anglo-indiano, ponendosi come la guida rinvenibile nei suoi scritti. Una giustizia che sia più equa deve, allora,nella visione di Sen avvicinare fino a far coincidere la libertà di scelta, inteso come necessario libero arbitrio, con la libertà di azione, o facoltà effettiva di compiere un determinato atto per ottenere un determinato fine. In quest’ottica, ed il libro presentato, in questo senso, è molto esplicito, per Sen la giustizia, come pure la libertà non possono essere lasciate a se stesse, ma vanno, piuttosto, contemperate proprio in ragione della continua, concreta ed effettiva presenza di esiti riprovevoli o lontani dalla soglia di benessere. Questo processo di adattamento, di aggiustamento, per meglio dire, va fatto tenendo conto non tanto di astrattezze, quanto delle reali condizioni di vita. Sen, allora, si fa promotore di un auspicio, ossia che le condizioni di maggiore giustizia siano ampliate e potenziate da un richiamo diretto alle istanze del bene comune, alle ragioni di tutti piuttosto che al ricorso alla logica dei pochi. Questo richiamo, secondo Sen, contribuirebbe anche alla salute delle democrazie, in quanto, dal suo punto di vista, è proprio dalle disuguaglianze etiche ed economiche che vengono i principali pericoli per esse. Sen auspica, pertanto, un progetto che vigili sugli aumenti delle differenze e che si ponga come argine al predominio dell’interesse privato e del tecnicismo elitista. Ben si vede come non siamo di fronte ad un pensatore che lascia indifferenti. Le sue posizioni, suffragate da una vasta erudizione e da alcune immagini o metafore capaci di colpire il lettore per la loro forza retorica, si pongono di fronte ai suoi contemporanei ponendo degli interrogativi e provando a dare una serie di soluzioni, consapevole che da esse non si può scappare né esse possono essere ignorate. Leggere queste pagine non è sempre un esercizio agevole o consolatorio, né esse sono portatrici di facili o superficiali messaggi. Esse sono il frutto elaborato e maturo di un lungo lavoro, nato da problemi sentiti personalmente come impellenti, problemi che attraversano le nostre società, le nostre democrazie, le nostre economie. Ma che possono avere un significato profondo anche per paesi di recente industrializzazione, o provenienti da differenti percorsi nello scacchiere globale. Sen non ha dimenticato le sue radici, che sono quelle di una terra dalla cultura millenaria, così come non smette mai di vestire le sue opere di raffinate forme occidentali, ma la sua cifra, la sostanza delle sue posizioni va individuata in una posizione etica a premessa di tutto : quell’idea di giustizia più stratificata con la quale non ha esitato a polemizzare anche con l’amico John Rawls.
