A difesa della libertà di opinione

A difesa della libertà di opinione

Mercoledì 24 aprile abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai Classici del pensiero liberale e libertario, “Contro i demagoghi”, di James Fenimore Cooper. Erano con noi Alberto Giordano, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Genova, Maurizio Serio, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi ed Andrea Catanzaro, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Genova. Cooper, come sanno i più, è noto prevalentemente per la sua opera narrativa, per i suoi molti romanzi sulle tematiche della frontiera e dello spirito dei pionieri oltre ad essere legato alla fama che gli venne dal suo libro più noto, “L’ultimo dei Mohicani”, pubblicato nel 1826. Stiamo parlando di un Autore nato un paio di mesi dopo la presa della Bastiglia, ma in quegli Stati Uniti che già da oltre un decennio avevano avviato la loro Rivoluzione, con la loro Costituzione, la loro Proclamazione di Indipendenza ed i loro Emendamenti. Una Repubblica che era stata capace di vincere una guerra contro la potenza inglese, che si era affrancata dalla tutela degli ex dominatori, ma che stava cercando di trovare, con l’energia e la forza straordinaria che si potrà ravvisare in ogni frangente della storia del Nuovo Mondo, una propria dimensione, all’interno ed all’esterno. Dopo la grande stagione dei Padri Fondatori, gli Stati Uniti stavano cercando di capire quale dovesse essere la loro strada e, pur negli scontri e nelle grandi tensioni che stavano preparando le condizioni per lo scoppio, a metà del XIX secolo, della Guerra Civile, la formidabile vitalità della Nazione si stava ampliando ed aveva avviato una colonizzazione verso Ovest che aveva i connotati dell’epopea. Cooper seppe comprendere e cogliere le molte componenti che costituivano il complesso mosaico del suo eccezionale Paese e seppe dare loro voce nelle sue narrazioni, nelle sue storie, nelle sue ambientazioni. Ma James Fenimore Cooper seppe essere uno scrittore più ricco, un polemista ed un autore di saggi brevi e pamphlet per difendere le conquiste degli Stati Uniti e la forma repubblicana quando si trovò a viaggiare in Europa attorno agli anni Venti e Trenta dell’Ottocento. Ma non cessò di commentare la situazione politica e costituzionale americana nemmeno al suo rientro dal 1833, quando la sua voce seppe porsi all’attenzione del pubblico grazie ai suoi molti interventi, che ne fecero un riferimento culturale ed intellettuale. Questa volta, al posto degli Europei contro cui difendere il senso dei valori della Nazione Americana e della Repubblica uscita dalla Rivoluzione del 1776, le sue riflessioni erano dirette verso settori ben precisi della vita culturale e politica, per tenere sempre alte la centralità e la necessità della libertà di coscienza, per esempio. Ma sono le considerazioni intorno alla democrazia a rendere sicuramente ben più che stimolante lo studio delle posizioni di Cooper, che, al netto di un’indubitabile propensione per la democrazia, non manca, tuttavia, di segnalarne le problematiche ed i limiti. Mette conto, in questa sede, citare un passaggio di notevole rilevanza per capire come i timori pressoché contemporanei di un grande analista liberale come Alexis de Tocqueville fossero condivisi anche da Cooper : “[…] la democrazia porta con sé delle deficienze gravi, crescenti e peculiari della sua forma”. Se anche il romanziere del New England non aveva la capacità stilistica del grande pensatore politico normanno, ciò non di meno sapeva essere efficace e la citazione di sopra lo dimostra. Cooper espresse a più riprese le sue preoccupazioni di fronte a ciò che la forma democratica in sé sembrava avere come conseguenza. E se le istituzioni americane gli sembravano, parafrasando un altro suo passo, in marcia verso un allargamento dei diritti, questo non gli impediva di vedere delle gravi disfunzioni che potevano venire dalla centralità che nelle istituzioni democratiche è data all’opinione pubblica. Se essa è, come è dato essere dalla stessa struttura democratica, tanto importante, risultano incontestabili i pericoli che emergevano dal sorgere di manipolatori senza scrupoli, di corruttori del sentire comune per finalità che erano indirizzate ad interessi di parte, o, addirittura, a basse manovre egoistiche. I demagoghi, che tanto erano stati stigmatizzati e censurati fin dall’antichità, riemergevano nella loro valenza negativa in un contesto differente, ma sempre esposto ai rischi del condizionamento delle masse. In questo senso, la modernità e l’attualità di Cooper sono un portato incontestabile delle sue riflessioni, che sfida i decenni per presentarsi con freschezza a stimolare noi contemporanei di una nuova età demagogica, uno scenario dove potenti mezzi di persuasione cercano di condizionare le scelte e le idee. L’antidoto consigliato da opporre ai vecchi ed ai nuovi demagoghi è proprio la libertà di coscienza, la libertà di opinione, la libertà di scelta, tutti aspetti del pensiero liberale più autentico. Oggi come in passato, questo pensiero ha saputo e voluto difendere la libertà individuale in tutte le sue forme da tutti i condizionamenti. read more

La tutela dell’individualita’ come garanzia della libertà

La tutela dell’individualita’ come garanzia della libertà

Lunedì 15 aprile abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai Classici del Pensiero liberale e libertario, “L’eutanasia dello Stato”, di William Godwin. Erano con noi Pietro Adamo, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Torino, Paolo Luca Bernardini, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi dell’Insubria e Flavia Monceri, professore di Scienze sociali e della formazione presso l’Università degli Studi del Molise. Pensiamo sia legittimo chiedersi come uno scrittore di non certo vasta notorietà, nato pochi anni dopo la metà del XVIII secolo in Inghilterra in una famiglia di Dissenzienti, cresciuto in un ambiente religioso e sociale perseguitato, conosciuto ad alcuni per la relazione tormentata con la scrittrice protofemminista Mary Wollstonecraft, incline ad un anarchismo che non abbandonerà, di fatto, mai per tutta la sua vita, ebbene riteniamo sia corretto chiedersi come un autore di questo tipo possa avere un posto all’interno della storia del pensiero liberale, negli anni di Montesquieu, David Hume, Adam Smith e Benjamin Constant, per non citare che alcuni esponenti di quel periodo. Proviamo a suggerire che le motivazioni siano più di una. Innanzitutto. proprio perché Godwin rappresenta e definisce i caratteri di un nascente anarchismo, orientato alla valorizzazione piena e per certi versi esclusiva dell’esperienza individuale oltre che alla critica ed alla polemica talora estrema verso le forme di autoritarismo statuale che oltre passassero i limiti dell’autonomia interiore ed esteriore di ogni singola persona. In quest’ottica, l’anarchismo di Godwin, particolarmente attento alla tutela delle linee di rispetto dei domini individuali e rigoroso nel definire una serie di colonne d’Ercole oltre le quali le istituzioni sovra personali non potessero spingersi, può costituire ancora oggi per la filosofia politica liberale sia un valido monito cui guardare che un’esperienza intellettuale capace di fare da riferimento in presenza dei tentativi sempre più ampi di sconfinamenti da parte dello Stato, soprattutto per questa nostra contemporaneità, L’anarchismo di Godwin assume, allora, il valore di un antidoto e di un promemoria, per non dimenticare mai che le istituzioni devono essere a servizio dell’uomo e della donna e non viceversa. A seguire, le considerazioni espresse da questo autore per molti versi au debord dei suoi anni, così come espresse lungo tutto l’arco della sua attività, dall’opera sua più famosa del 1793 (“An Enquiry Concerning Political Justice”) passando per la sua attività di romanziere (su tutti, “Le avventure di Caleb Williams”, del 1794) e per la sua attività di polemista (celeberrimo lo scontro che ebbe con il Reverendo Thomas Malthus) fino ad arrivare alla sua ultima fatica, i “Thoughts on Man” del 1831, ebbene l’insieme delle sue riflessioni ci consegna una prospettiva insolita e affascinante di un periodo che sta vedendo il compimento pieno dello Stato moderno. Tra 1756, anno della sua nascita, e 1836, anno della sua morte, si definisce un arco temporale che consegna l’Europa dall’Ancien-Régime alla piena attuazione di un nuovo, differente scenario. In mezzo, la Rivoluzione Industriale, quella Americana, le grandi contraddizioni di quella francese, Napoleone, la Restaurazione ed i fermenti di un’età di crisi, di immani difficoltà, ma anche di allargamento delle opportunità. In tutto questo caleidoscopico spettro di contrasti e di conquiste, le idee di Godwin possono risultare insensate, ma non è così, come ben si può capire. In un’età che ai suoi occhi sembra orientarsi verso l’uniformità e l’obbedienza, Godwin, Dissenziente per formazione e vocazione, lancia un messaggio ad ogni essere umano, per far sì che ognuno non si dimentichi di se stesso. Godwin, come detto, indica i limiti e ci mette in guardia di fronte alla marea montante di istituzioni che, nate nelle intenzioni per tutelare gli uomini e le donne, sfuggono loro di mano seguendo un moto perverso e pericoloso per la loro libertà. In questo senso, ben si comprendono i moniti che Godwin lancia alla politica affinché non si dimentichi mai che essa è e deve continuare ad essere una parte della morale ed, allo stesso modo, nello spirito della più classica tradizione del liberalismo classico, si intendono i due esclusivi scopi legittimi del governo, ossia l’eliminazione dell’ingiustizia e la difesa comune contro le invasioni. In buona sostanza, la salvaguardia della sicurezza, la presa sul serio del concetto di “stato come guardiano notturno”, ossia come arbitro e giudice, oltre che sorvegliante per l’incolumità di ciascuno. Questo programma, insieme, definisce con maggior precisione le idee di Godwin e le pone in un contesto dove era ancora possibile un dialogo fattivo tra ciò che si riteneva come conseguente all’elaborazione liberale e una prospettiva in cui l’individuo, nelle sue scelte, era ritenuto sovrano intangibile. A rigore, è più per ciò che queste idee presuppongono che per quanto queste idee affermano che si deve ravvisare il loro valore e la loro profondità. Godwin ha saputo pronunciare parole molto forti a favore della centralità dell’indipendenza ed ha saputo essere molto deciso nel difendere la libertà, facendo tutto questo in nome della tutela dell’individualità. read more

La burocrazia come espressione del controllo

La burocrazia come espressione del controllo

Lunedì primo aprile abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, “Burocrazia”, di Ludwig von Mises. Erano con noi, Pier Giuseppe Monateri, professore di Diritto privato comparato presso l’Università di Torino, Alessandro Vitale, professore di Geografia economico-politica presso l’Università degli studi di Milano e Bernardo Ferrero, vicedirettore di “Storia Libera”. “Burocrazia” è un libro del 1944, scritto da Mises nel periodo seguente al suo approdo negli Stati Uniti dopo essere aver insegnato a Ginevra, in esilio dalla propria patria e in fuga da un’Europa in guerra , in una fase dove sta rielaborando il materiale che costituirà “L’azione umana”, uno dei grandi capolavori dell’Autore. L’opera qui presa in considerazione è’ uno scritto che fa convergere le riflessioni di Mises sullo specifico e che riprende molti spunti già presenti nelle opere precedenti, da “Socialismo” in poi, e fino al contemporaneo “Lo Stato onnipotente”. Mises, brillante e geniale esponente della terza generazione della Scuola Austriaca di economia, si era distinto per i suoi lavori giovanili sul ciclo e la moneta, ma fin dalla fine della Prima Guerra mondiale comprende come sia la stessa civiltà occidentale, con le sue conquiste e le sue grandezze, ad essere sottoposta a pericoli mortali, che il prosieguo della sua ricerca contribuirà a denunciare. Dapprima mostra l’impossibilità economica del socialismo e del comunismo, sua variante radicale. Ora, può sembrare, soprattutto alla luce delle immense fortune che socialismo e comunismo hanno riscosso, sia attraverso mezzi rivoluzionari e conquiste violente del potere sia mediante l’acquisizione persuasiva del consenso nelle società aperte, nella cultura e nella gestione della vita pubblica e sociale, fortune che perdurano ancora ai nostri giorni nonostante le evidenze contrarie, gli incontestabili fallimenti ed i carichi di dolore e lutti che hanno generato, ebbene, questa affermazione, ossia che Ludwig von Mises abbia dimostrato l’impossibilità teorica, pratica ed economica di socialismo e comunismo come una stravagante eccentricità. Ma è stato proprio questo uno dei suoi fondamentali contributi, tanto più confermato sia dalle evoluzioni, che le incarnazioni di questi ideali hanno assunto lungo tutta la storia del XX e XXI secolo, che dalle fragorose cadute e dal cumulo di nefandezze con cui questi errori si sono puntualmente tramutati in orrori. Mises, però, non si fermò qui e cercò di individuare le componenti inaccettabili a fondamento di queste ideologie, componenti che erano sul punto di distruggere le basi stessa della convivenza civile, della democrazia rappresentativa di matrice liberale, del libero mercato, delle istituzioni che fungevano e fungono da substrato allo sviluppo di ogni singolo individuo e della società nel suo insieme, in primis la proprietà privata. In questa ricerca, Mises compì una trasformazione che vedremo compiersi anche nel suo allievo più famoso, Friedrich August von Hayek, ossia un cambiamento di status intellettuale per fronteggiare i pericoli in atto, divenendo da (relativamente) semplice economista a scienziato sociale a tutto tondo. In quello stesso 1944, peraltro, von Hayek farà uscire, come fatica di guerra e monito rivolto al mondo, “La via della schiavitù”, dove la tesi fondamentale era rappresentata, attraverso uno stile comunicativo chiaro ed efficace, dalla segnalazione dei disagi e dei mali che stavano cambiando la civiltà, ossia il crescente statalismo, l’esondante presenza governativa, il restringimento di tutti gli ambiti della libertà individuale e lo strisciante, palese socialismo all’interno dell’Occidente. sono le stesse preoccupazioni del suo maestro von Mises, che in “Burocrazia” mette in guardia i lettori di fronte ad un’intuizione primaria, vale a dire che la burocrazia non deriva la sua esistenza e il suo significato da criteri desunti dalla produzione di ricchezza, benessere o, in ultima istanza, latamente economici, ma è una emanazione ed uno strumento della politica, del governo, della gestione del potere. A questi “padroni” essa risponde, non certo all’efficienza o, men che meno, a concetti quali servizio o altruismo. L’analisi di Mises è spietata nella sua contrapposizione tra una gestione orientata al profitto, e come tale, sottoposta alle regole e al giudizio meritocratico del libero mercato, e una gestione orientata al controllo, alla perpetuazione dello Stato, del potere e di tutto ciò che essi comportano, perché, in fondo, è da essi che la burocrazia deriva legittimità e possibilità di esistere. In tal senso, allora, il giudizio di Mises non può che essere di segno totalmente negativo, al punto da ritenere che di essa si possa fare a meno in una condizione ideale di pieno libero mercato. Quanto deve essere compreso è che la critica di Mises è una critica, se si passa il termine separato dalle sue accezioni più proprie, “ontologica”, laddove l’Autore, partendo dalla contestazione indubitabile della realtà e del mercato come luoghi del movimento e della dinamicità, mostra come la burocrazia sia piuttosto staticità, conservazione, cristallizzazione, non a caso legata a filo doppio alla proprietà pubblica, al monopolio, alla gestione politica della società, alla volontà di irrigimentare, di coartare, di uniformare. Nella grande lotta, insomma, tra tutti i totalitarismi e ogni forma associata che lascia all’individuo i suoi spazi di libertà e proprietà, la burocrazia si insinua ed assume forme adattate a seconda degli ambiti che deve servire, perché, e questa rappresenta un’altra fondamentale intuizione dell’economista austriaco, essa si sviluppa ovunque sia presente una forma associata di gestione, comprese le imprese di Stato, con profonde implicazioni sociali, politiche e psicologiche. L’auspicio di Mises è che la nostra civiltà si renda conto che vivere impiegati tutti come burocrati, come avrebbero voluto Lenin e prima di lui Engels e Marx, è la sicura modalità per scomparire come persone e come genere.   read more

Sopravvivenza dell’educazione plurale come sopravvivenza della libertà

Sopravvivenza dell’educazione plurale come sopravvivenza della libertà

Martedì 26 marzo scorso, in Sala Rivolta, a Lodi, abbiamo presentato, alla presenza di un folto quanto interessato pubblico, il libro di suor Anna Monia Alfieri “Pluralismo educativo. Una scelta ancora possibile”. Erano con noi a discuterne, l’Autrice, suor Anna Monia Alfieri, rappresentante delle Scuole Marcelline italiane, Andrea Favaro, ricercatore di Filosofia del Diritto presso l’Università degli Studi di Verona, Claudio Masotti, presidente di Agesc Lombardia e Giuseppina Vignati, direttrice della Scuola Diocesana di Lodi. Il libro si articola in una Prefazione di Dario Antiseri, grande conoscitore delle tematiche scolastiche, educative e pedagogiche del nostro Paese oltre che pensatore cattolico liberale che è stato tra i maestri dell’Autrice, prefazione che risulta estremamente necessaria per costituire una dotta quinta contestuale al lavoro, ampio e riccamente documentato, di suor Anna Monia. In detta Prefazione, infatti, Antiseri ribadisce la centralità del Cristianesimo per la formazione e per il dipanarsi dell’Occidente, ma soprattutto ricorda, quasi come un imprescindibile memento,  il valore fondante dei concetti cristiani quali persona, coscienza, singolarità, eguaglianza di ciascuno davanti a Dio, umanità, anima spirituale, religiosità e credenza intima come distinti dalla sfera dello Stato per la creazione e la sopravvivenza della nostra civiltà. In un passo decisamente significativo, però, Antiseri si chiede, anche sulla scorta dei migliori scrittori ed analisti delle idee di ispirazione cristiana, “[…] un’Europa desacralizzata che pare aver dimenticato le idealità cristiane, quando esplicitamente non le rifiuta o addirittura le calpesta, questa Europa è ancora Europa ?” Ed è questa domanda, con il suo portato e con le considerazioni successive che riflettono sulla secolarizzazione in atto oltre che sulla perdita di identità, che si dovrà tenere presente nell’analisi del libro in oggetto, una domanda che cercheremo di riprendere anche al termine per conferire una direzione di senso. Il libro di suor Anna Monia, dunque, è, come anticipato, una formidabile istantanea dei problemi scolastici tout court del nostro Paese ed, insieme, la drammatica cronaca di una morte apparentemente annunciata, vale a dire la libertà di scelta educativa. In un contesto, infatti, in cui le Scuole Pubbliche Paritarie (non deve mai essere dimenticato, infatti, che i due aggettivi procedono insieme, essendo tutte le Scuole Paritarie inserite nel quadro delle Scuole pubbliche per statuto e programmi, differendo per quello che, con un termine che dovrebbe stare ancora a cuore dei cristiani, si chiama “carisma” oltre che per una gestione quanto possibile attenta e responsabile) stanno morendo a velocità impressionante (invitiamo a visionare gli inoppugnabili quanto rabbrividenti dati) e, con esse, stanno morendo la libertà di scegliere alternative educative diverse, stanno morendo impostazioni pedagogiche differenti, sta morendo un contesto che garantisce la pluralità scolastica. Se la Scuola è solo di un tipo, se essa è contraddistinta dal monopolio, non sarà possibile dotare gli individui che la frequentano di opzioni diverse, non sarà possibile fornire che un modello, non avremo che un unico modo per farli accostare ai problemi, alle idee, alle sfide, eliminando la discussione, la critica, la discussione per perseguire l’omologazione, l’opportunismo e l’abbassamento degli standard. Una Scuola come quella a cui sembrano destinati i nostri figli ed ancor più i loro figli, è una Scuola che viola i princìpi stessi della nostra Costituzione e che calpesta la Legge di riferimento sulla Parità scolastica prossima al venticinquesimo anno di età. Ma se questi aspetti sono indubbiamente molto gravi, lo sono ancora di più alcuni altri aspetti : che dette violazioni siano compiute giornalmente dalle stesse istituzioni che dovrebbero farle rispettare, che il ceto politico non sia per nulla o quasi consapevole della gravità di quanto avviene, che la tematica educativa non venga tenuta nel debito conto, non comprendendo nemmeno lontanamente quanto sia importante per la nostra società e quanto da essa dipenda la nostra sopravvivenza, che la libertà di scelta venga soffocata dalla pratica continuata del disinteresse e dell’indifferenza da parte di tutti i decisori (di tutti gli schieramenti), che l’educazione in Italia si avvii verso il monopolio, che sia progressivamente sempre più difficile far sentire le ragioni di chi dissente da questo stato di cose, che agli studenti non venga garantito il diritto di apprendere in un contesto diversificato, che ai genitori non stia più per essere reso possibile operare una scelta per i propri figli, che ai docenti sia reso inevitabile solo un unico approdo. Da sempre, scegliere una Scuola Pubblica Paritaria significa pagare due rette : quella che viene dalle tasse e quella che deve chiedere l’Istituto Paritario a cui si decide di mandare il proprio figlio o la propria figlia. Questo è palesemente iniquo, senza contare che la Costituzione e la Legge non prevedono questo, anzi lo vietano esplicitamente. La rassegna compiuta nel libro è quella di una fotografia impietosa quanto salutare, una deriva che dura da molto tempo e che il periodo del COVID ha brutalmente acuito. Non staremo a riprendere cifre e numeri, sebbene è anche da essi che il contributo deriva la sua forza. Insistiamo, piuttosto, su un paio di aspetti conclusivi. Il primo è che il libro, pur mostrando una situazione drammatica, nutre ancora alcune speranze. Speranze fondate anche sulla delineazione di quanto fatto in Europa, dove, persino nella laicissima Francia, viene garantito il diritto alle famiglie di far apprendere i propri figli da sistemi educativi alternativi rispetto a quelli gestiti direttamente dallo Stato. Senza contare, inoltre, la definizione di un piano possibile di Scuole Paritarie effettivamente libere ed autonome, capaci di costituire un’alternativa grazie al sistema dei voucher distribuiti alle famiglie. Qui la tangenza con le soluzioni di alcuni settori del liberalismo economico, in special modo la Scuola di Chicago, è evidente. Sia consentita, infine, una considerazione che riallaccia la domanda inquietante di Dario Antiseri (“[…] questa Europa è ancora Europa ?”) con il quadro emerso da questo studio sulla Scuola italiana compiuto con una passione pari alla sua competenza dall’Autrice : un’Europa senza la tutela della diversità educativa e senza la garanzia del pluralismo e della libertà di scelta è un’Europa che, di fatto, è destinata a morire. L’auspicio è di rendercene tutti consapevoli e che i decisori non diano più la pessima impressione che le cose, per parte loro, vanno bene così. read more

Le “Lezioni di politica sociale” di Luigi Einaudi : un prontuario per la Repubblica, ieri e oggi

Le “Lezioni di politica sociale” di Luigi Einaudi : un prontuario per la Repubblica, ieri e oggi

Lunedì 18 marzo scorso abbiamo presentato, in occasione delle serate dedicate ai Classici del pensiero liberale e libertario, “Lezioni di politica sociale”, di Luigi Einaudi. Erano con noi Paolo Silvestri, ricercatore di Filosofia del Diritto presso l’Università di Catania, Paolo Heritier, professore di Filosofia del Diritto presso l’Università del Piemonte Orientale ed Enzo Di Nuoscio, professore di Filosofia della Scienza presso l’Università del Molise. Questi scritti, di fatto vere e proprie “lezioni” che l’esule Luigi Einaudi impartì ai fuoriusciti italiani che nell’approssimarsi della fine della Seconda Guerra mondiale stazionavano in Svizzera, risentono proprio delle caratteristiche dell’oralità, con il loro andamento discorsivo e il loro intento esplicitamente pedagogico. Ed, al tempo stesso, fanno emergere la straordinaria prosa einaudiana, elegante ed al contempo precisa e chiara, limpida e diretta. In queste “Lezioni”, viene fuori un intellettuale che sa quello che deve dire e che sa bene come deve dirlo, comprendendo alla perfezione l’uditorio composito che ha di fronte, senza, per questo, perdere le sue qualità di alto scrittore. Questo libro tratta di molti argomenti e tocca diversi nodi che la prossima repubblica italiana dovrà, a breve, affrontare. Siamo, lo ricordiamo, negli anni che vanno dal 1943 al 1944, anni cruciali per il nostro Paese, diviso al suo interno in due tronconi e dilaniato da una Guerra civile sanguinosa, dalla presenza di diversi eserciti stranieri all’interno dei suoi confini e da una violenza diffusa che impediva, di fatto, quella normalità e quel tipo di vita che consegue alla pace. Luigi Einaudi, in questo periodo, è stato costretto ad andarsene dall’Italia, con una fuga a piedi che da Torino lo aveva portato in Svizzera, dopo aver affrontato un valico alpino alla veneranda età di settanta anni. E’ un Einaudi che, nonostante il tragico frangente, non cessa di nutrire fiducia e di comunicare tutta la sua energia, intellettuale e morale. La sua figura, prestigiosa nelle cerchie accademiche di tutto il mondo, comincia a stagliarsi come uno degli uomini su cui verrà ricostruita l’Italia alla fine delle ostilità, quando il fascismo ed il nazismo saranno sconfitti. Non a caso, al termine di questo ciclo di lezioni, il professore esiliato decide di rientrare in Italia e di cominciare, dalla Roma liberata dagli Alleati, quell’opera politica, economica, finanziaria ed ideale che porterà il nostro Paese ad uscire dalle macerie, per cominciare una stagione di rinascita e di rinnovamento sotto le insegne della democrazia rappresentativa parlamentare di forma repubblicana. Rileggendo dopo tutto questo tempo queste strabilianti “Lezioni”, si desumono immediatamente due tipi di reazioni : innanzitutto, la grande freschezza e l’incomparabile nitidezza di idee e suggestioni che, potremmo sintetizzare, in una sorta di prontuario di vita civile prossima ventura. La sua descrizione, giustamente famosa e di intatto valore, dell’economia di mercato e della politica sociale, intese come il necessario corollario ad una nazione in pace, ci fanno capire come l’economia libera, non pianificata e non sottoposta ai vincoli delle angherie delle autorità, non possa comunque esistere se non all’interno di una cornice di regole, di un contesto istituzionale e di diritto che presuppone l’esistenza, seppur mai eccessiva, di uno Stato che funga da garante, da regolatore dell’ordine e dei conflitti, di arbitro per le contese e di emanatore di leggi condivise. In questo senso, una visione che voglia intendere l’Einaudi di questo periodo come un sostenitore unilaterale del liberismo economico appare perlomeno fuori luogo. Einaudi si è sempre preoccupato della vita sociale, del quotidiano di ogni uomo, delle sofferenze e delle ingiustizie, dei molti problemi che vengono da una libertà lasciata a se stessa (soprattutto in quel particolare frangente storico e per i destini di un’Italia in ricostruzione materiale, economica, politica ed ideale) come pure delle molte questioni che fa sorgere un’uguaglianza indiscriminata e miope ed ha sempre cercato una serie di soluzioni basate sia sul sano buon senso sia sulla sua formazione cattolica sia sulle indicazioni di disciplinata politica economica che hanno caratterizzato i suoi successivi mandati come vero artefice della ricostruzione e del successivo boom economico. Alla base del suo impegno come parlamentare,Costituente, ministro del Bilancio, Governatore della Banca d’Italia e primo Presidente della Repubblica eletto sta tutto il suo immenso background di studioso e di intellettuale liberale, ma anche la sua dirittura morale e tutte le sue doti, divenute poi anche aneddotiche, di galantuomo e di civil servant. La seconda impressione, fra le tante che potrebbero essere sottolineate e alle quali rimandiamo ciascuno con una lettura o rilettura attenta, è la capacità di comprendere molte problematiche che avrebbero angustiato la nascente Repubblica, ma, in particolare, di aver sottolineato un aspetto su tutti. Einaudi in questo scritto, come pure in altri, si pone di fronte alla necessità del Welfare, ossia alla necessità, per chi era rimasto indietro, sostanzialmente di ri-allinearsi, per ripartire verso una nuova stagione della vita politica, sociale ed economica senza situazioni di eccessivo privilegio di nascita, di concentrazioni troppo sbilanciate quanto a potere e rendite di posizione, di monopolio al riparo dalla necessaria concorrenza e di riequilibrio dei cosiddetti “punti di partenza”. Ora, accanto all’auspicio che Einaudi rimarca per una politica sociale armonica e ben orientata, egli non manca di sottolineare come questa necessità non possa tramutarsi in assistenzialismo o in un continuo demandare allo Stato le funzioni e le responsabilità che devono essere prima o poi assunte dagli individui. In questo emerge il suo liberalismo più autentico come pure il senso ultimo del ruolo che dovrebbero alla fine assumere sia le persone che lo Stato. Perché il rischio, intuito da Einaudi esattamente ottanta anni fa, ma incredibilmente attuale, è che si possa rompere e lacerare quel punto di equilibrio che sempre deve essere tenuto presente da tutti gli attori in campo. Cittadini, politici, istituzioni, società. Ebbene, fra le molte lezioni einaudiane da tenere a mente, questa ha sicuramente dato ragione all’economista piemontese, che aveva preconizzato i rischi che il Welfare porta con sé, sia nelle tasche dei contribuenti che nelle menti dei fruitori troppo disinvolti. read more