Le dinamiche del potere statuale: Anthony de Jasay

Lunedì 18 luglio abbiamo presentato, nell’ambito della rassegna dedicata ai classici del pensiero liberale e libertario, il libro di Anthony de Jasay “Lo Stato”. Erano con noi Giacomo Brioni, dottorando in Filosofia presso l’Università di Pisa, Gustavo Cevolani, professore di Logica e Filosofia della Scienza presso la Scuola IMT Alti Studi di Lucca ed Alessandro Vitale, professore di Geografia economica e politica presso l’Università degli Studi di Milano.

Si tratta di un formidabile libro risalente, in prima edizione, al 1985, denso e complesso, ma capace di presentare al lettore paziente tutta una lunga serie di interessantissimi punti di vista sulle principali questioni afferenti la struttura “Stato”, il potere e la relazione con la libertà degli individui. Potremmo definirlo un libro dalla tematica schiettamente ed autenticamente liberale, se non fosse che esso giunge a conclusioni più vicine all’idiosincrasia libertaria per l’organizzazione statuale che non i più estremi rilievi del miniarchismo.

Il libro è una erudita, originalissima, puntuale e, per certi versi, inesorabilmente spietata analisi logica della cornice che, dalle origini della modernità, racchiude e progressivamente soffoca le nostre vite, le nostre autonomie, le nostre individualità. Con una metodologia desunta dalla teoria della scelta razionale e dagli esiti più maturi della teoria dei giochi, l’Autore mette sotto la sua lente di ingrandimento sia la realtà dell’organismo sovraindividuale che da tempo ha vieppiu’ dilatato i propri ambiti ed indebitamente allargato le proprie competenze, sia la tradizione intellettuale che di fatto ne ha sancito la consacrazione, mediante il gruppo di teorizzazioni che hanno finito per rappresentare i ministri da cerimonia del culto ubiquo verso lo Stato. Anthony de Jasay, insomma, ci mostra i veri pericoli che promanano da una indiscussa ipostatizzazione delle istituzioni che si richiamano al collettivo, al generale, ai beni comuni, oltre agli errori precisi e gravi che soggiaciono ad ogni delega del potere, che, nel caso specifico, è divenuta spesso una delega in bianco, senza efficaci argini o risolute contromisure.

Il libro ci fa ritornare, con un balzo salutare all’indietro, al clima delle idee liberali classicamente intese, alle battaglie per l’eccessiva presenza di tutti quegli organismi che non fossero una creazione o una rappresentazione diretta dei singoli o della società civile, e lo fa mostrandoci come lo stesso liberalismo, nato secondo caratteristiche ben precise, si sia ben presto snaturato, accogliendo tutta una serie di istanze che con la difesa della libertà del singolo e della proprietà hanno poco o nulla a che fare alla luce, in particolar modo, di un esame rigoroso. Il filosofo politico di origine ungherese (ma di formazione anglosassone) illustra una gradazione successiva di presenza, un iter di progressione logica che, partendo dalla forma in cui lo Stato è piu rispettoso delle sfere individuali, si snoda attraverso un incremento di questa ingerenza, fino ad arrivare allo stadio di massima congestione statuale negli ambiti individuali (lo Stato che assume ogni funzione e si trasforma in un organismo onnicomprensivo e, di fatto, tirannico).

Molte sarebbero le suggestioni che anche una breve rassegna come questa può  consegnare all’attenzione di coloro che (ci auguriamo molti, come, peraltro,  merita quest’opera) si accosteranno ad essa. Sia consentito, almeno,  il ricordo dell’articolato approfondimento che de Jasay offre riguardo al fatto che nemmeno le rappresentanze, nemmeno i processi democratici, nemmeno la struttura dello stato di diritto e della rule of law, nemmeno le costituzioni e le garanzie, ma soprattutto, men che meno, le classi politiche e burocratiche possono tutelare appieno e fino in fondo le libertà primarie e fondamentali degli uomini e delle donne, presentandosi spesso (sono la realtà i fatti, le cronache, i dati incontrovertibili a dimostrarcelo) come protezione di interessi pre-costituiti, spartizioni fra gruppi e lobbies, in un’espressione totale disinteresse per le idealità ed i fini che affermano di servire.

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