L’immensa questione del “politicamente corretto”

Lunedì 30 novembre, nel nostro centosettesimo evento, abbiamo presentato libro di Giovanni Sallusti “Politicamente corretto. Dittatura democratica” insieme all’autore, Maria Giovanna Maglie e Alessandro Gnocchi. Il volume è una critica precisa, circostanziata e inequivocabile di un orientamento che domina ogni anfratto espressivo, linguistico, politico e di costume della nostra società. Il “politicamente corretto” è la modalità univoca con la quale devono essere trattati tutti gli argomenti e tutto il complesso spettro della realtà secondo una codifica ritenuta adeguata. Siamo di fronte, con questo filtro amplificato di ogni espressione, a un linguaggio universale esplicitamente imposto. Applicando gli stilemi del politicamente corretto a ogni campo, ciò a cui assistiamo è l’omologazione e la fine della libertà. Il risultato è, né più né meno, l’omogeneizzazione, l’indifferenziazione, la perdita delle specificità e delle differenze, insomma di tutto ciò che sostanzia l’umano.

Sallusti non manca di connettere il politicamente corretto a un sistema asfissiante di imposizioni, decreti e norme che disciplinano tutte le categorie senza concedere la possibilità di derogare. Chi osa disobbedire, infatti, viene duramente perseguito e messo alla gogna previa imposizione dell’autocritica. Ai contenuti e alle forme del politicamente corretto non è dato opporsi, se non a prezzi altissimi. Talvolta la critica sembra perfino impossibile e, scenario ancora più agghiacciante, sembra quasi che la critica non abbia nemmeno più senso. Ma la nostra civiltà si è battuta per garantire la libertà di espressione e il libero manifestarsi delle visioni personali, anche le più dure, imparando anzi a trarre proprio da questa libertà e dal confronto critico continui innalzamenti del progresso intellettuale. Secondo Sallusti, questa codificazione opprimente delle reazioni da seguire, dei pensieri da pensare e delle risposte da dare ripropone gli schemi impositivi di tipo dittatoriale e, sostanzialmente, tradisce tutto il corso della nostra (straordinaria) tradizione per consegnarci in un automatismo impersonale teso a toglierci quanto abbiamo di più importante.

Il libro effettua un percorso nel quale l’Autore si professa “colpevole” delle quattro caratteristiche considerate quasi dei grandi mali dall’ideologia del politicamente corretto e additate come all’origine di ogni problema contemporaneo. A ognuna di queste categorie, vengono sviluppate tutta una serie di considerazioni oltre che di episodi di cronaca, riflessioni ed esempi che ci segnalano una preponderante propensione a condannare senza appello queste appartenenze. L’assurdo è che la loro rivendicazione identitaria dovrebbe essere condannata perché presupporrebbe un fisiologico attacco al loro opposto: rivendicare di essere maschio vorrebbe dire essere misogino, sottolineare di essere bianco nasconderebbe un certo razzismo, affermarsi cristiano significherebbe essere contro gli islamici e dichiararsi eterosessuale nasconderebbe una sorta di omofobia

Ora, potrà sembrare un punto di vista eccessivo, ma se il lettore ha la pazienza di leggere le brevi, ma intense e documentate pagine dell’opera, troverà una visione sorprendente. Troverà, cioè, la cronaca e il pensiero dei nostri giorni, un martellamento continuo teso a svilire, screditare, infangare queste appartenenze per opporre loro un modello alternativo da imporre e da inculcare senza persuasione, ma con la forza e con la violenza. Quando si utilizzano questi strumenti, si è di fronte a una situazione che non può non essere denunciata. In ballo ci sono ben più che delle categorie, in ballo c’è la libertà di un principio, quello di individualità, che solo le più efferate tirannidi si sono affaticate a contestare.

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