La due centoquattresima serata dell’associazione Lodi Liberale, quale parte del ciclo di incontri dedicati ai classici del pensiero liberale, ha visto la presentazione del libro di Milton Friedman ed Anna Jacobson Schwartz “Storia Monetaria degli Stati Uniti d’ America 1867-1960” con la partecipazione di Nicola Giocoli, Professore di Economia Politica presso l’Università di Pisa, di Paolo Manasse, Professore di Macroeconomia e Politica Economica Internazionale presso l’Università di Bologna ed di Antonio Foglia, Economista e Vice-Chairman della Banca del Ceresio.
Il testo di Friedman e Schwartz uscito negli Stati Uniti nel 1963 e proposto in una nuova ed integrale traduzione in italiano nella primavera 2022 a cura dell’Istituto Bruno Leoni, e’ definito dagli studiosi di economia quale “opera monumentale” all’interno della produzione scientifica di Milton Friedman e certamente come la “Bibbia del Monetarismo”, che fungerà da base per tutti i successivi studi ed interventi dell’autore in tema di politica monetaria e quale testo imprescindibile per ogni studioso o lettore che approcci l’economia monetaria.
In effetti la monumentalità, anche fisica, dell’opera, visto che si tratta di mille pagine suddivise in tre volumi, nonché la sua complessità intrinseca incutono un certo timore reverenziale e purtuttavia la metodologia di indagine e la metodologia espositiva scelte dagli autori consentono di navigare con sicurezza all’interno temi trattati e delle tesi elaborate. L’enorme base di dati e le serie statistiche raccolte con doviziosa ricerca nel terzo volume dell’opera sono utilizzate per l’analisi degli effetti delle variazioni esogene dell’offerta di moneta e delle politiche monetarie adottate negli Stati Uniti nell’arco di quasi in secolo.
Tuttavia, non sono gli strumenti matematici ed econometrici a costituire il perno centrale per lo studio di tali effetti. Sono invece le osservazioni empiriche circa gli impatti sulle altre variabili economiche e finanziarie inclusi gli elementi costitutivi dell’economia reale (PIL, livello dei redditi, occupazione) nei periodi più critici del secolo analizzato (e quindi, Guerra Civile americana, le due guerre mondiali, la Grande Contrazione) che rendono fruibile l’opera ed asseverate le sue conclusioni teoriche.
Contestualmente, gli autori non intendono elaborare una “ricetta” di politica economica e monetaria essendo molto più semplice ma altrettanto perentoria la loro prima e centrale conclusione, alla luce degli eventi osservati, ovvero che “money matters” e cioè che le politiche monetarie non possono non porsi al centro delle leve da utilizzarsi per il governo dell’economia nazionale.
Tale conclusione, che ci appare quasi ovvia ai tempi attuali, non lo era ai tempi della prima uscita del libro ovvero in tempi di keynesismo imperante. Alcuni studiosi non esitano definire le tesi friedmaniane una e vera e propria “controrivoluzione” nel mondo dell’economia. E non a caso come hanno fatto notare i relatori invitati, John M. Keynes non viene mai esplicitamente citato dagli autori e cionondimeno risulta il convitato di pietra dell’opera.
Così, le tesi di Friedman e Schwartz contribuiranno a riaccendere il dibattito, o se vogliamo lo scontro scientifico con i più autorevoli esponenti dell’universo keynesiano a partire da Franco Modigliani e John K. Galbraith.
Durante la ormai lunga vita dell’opera, ovvero pur col trascorrere del tempo, il capitolo di “Monetary History” che maggiore interesse ha sempre suscitato tra quasi tutti gli osservatori, e’ il capitolo dedicato alla Grande Depressione (o Grande Contrazione come preferiscono chiamarlo Friedman e Schwartz), periodo durante il quale, secondo gli autori, errate scelte di politica monetaria da parte della Federal Reserve in pieno “New Deal”, ed in ispecie politiche di fatto restrittive dell’offerta di moneta, contribuirono ad accentuare la crisi creatasi dopo il crollo borsistico del 1929, trasformando una normale e contingente contrazione in “Grande Contrazione”.
Ciò tra l’altro conferma il fatto che le tesi monetariste di Friedman e Schwartz non si muovono necessariamente nella direzione di proporre politiche di austerità e di restrizione dell’offerta di moneta come vorrebbe una diffusa vulgata corrente, ma anzi contemplano l’opportunità di politiche espansive quando gli eventi lo suggeriscano.
Ed è sempre dalla critica esercitata circa alcune delle azioni adottate dalla Banche Centrali che gli autori propongono un secondo rilevante tema per l’efficace esercizio della politica monetaria.
E’ il tema della autonomia della autorità monetaria soggetta, però, a regole dettate dalla dottrina e dalla tecnica monetaria in contrapposizione alla discrezionalità delle scelte spesso adottate su pressione dalla autorità politica e comunque soggette a tutte le lentezze connesse con l’articolazione delle decisioni provenienti da organismi collegiali. E qui gli autori indicano la necessità di disporre di chiare regole che, a fronte dei movimenti dei prezzi e di tassi di interesse, trovino tempestivi automatismi nella applicazione delle politiche monetarie.
L’opportunità della applicazione delle regole nelle decisioni di politica monetaria è peraltro ribadita nella bella ed importante prefazione all’edizione italiana redatta da John B. Taylor, il quale oltre ad essere a sua volta autore della famosa “regola di Taylor” e della “regola di Taylor adattata” per la determinazione e quantificazione delle azioni di politica monetaria, non perde l’opportunità, in questa prefazione, di tributare a Friedman e Schwartz il ringraziamento loro dovuto per il ruolo di precursori nella promozione dell’adozione di regole da parte delle autorità monetarie nella formulazione delle proprie decisioni.
Infine, se momenti vi possono essere, più o meno idonei, per valutare la modernità e l’attualità di questo classico dell’economia e del pensiero liberale non potrebbe esservi momento più favorevole di quello presente. Con l’inflazione che al di qua e al di la dell’oceano sta erodendo il potere d’acquisto, di cittadini americani ed europei, creando difficoltà all’economia reale nella individuazione dei prezzi d’equilibrio secondo le regole della domanda e dell’offerta, ci troviamo tutti a pendere dalle periodiche decisioni di FED e BCE confermando cosi in maniera plastica la veridicità del principio che “Money Matters” e di quanto una politica monetaria accorta e soggetta a regole stabilizzatrici, basate sulle pregresse analisi empiriche, si renda necessaria, come prescritto dall’intuizione originaria di Friedman e Schwartz.


