Lo smascheramento dell’antitrust

Lo smascheramento dell’antitrust

Lunedì 15 giugno, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “La religione dell’antitrust”, di Edwin Shaffer Rockfeller. Erano con noi Giovanni Pitruzzella, Giudice della Corte Costituzionale, Guido Stazi, segretario generale dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Fabio Cintoli, professore di Diritto amministrativo presso l’Università degli Studi internazionali di Roma e Alessandro De Nicola, presidente di “The Adam Smith Society Italia”. E’ stata sicuramente la sua formazione universitaria a Yale ed alla John Hopkins School of Advanced International Studies a far germinare in Edwin Rockfeller l’interesse per la legislazione sui monopoli, ma è stata in particolar modo la sua quarantennale esperienza come legale presso uno studio di Washington a specializzarlo nella legislazione di impresa oltre che negli aspetti più approfonditi delle normative antitrust. La posizione di Rockfeller sulle normative e, in genere, sullo sforzo compiuto dalle varie amministrazioni e da Congressi per regolamentare e disciplinare il multiforme e variegato mondo che si riconosce e che ruota attorno all’antitrust può essere sintetizzata in una articolata, esplicita, decisa critica. Una critica, peraltro, che premette e prelude ad un rifiuto verso ogni tentativo da parte dell’autorità legislativa (ergo statale) verso gli esiti e le risoluzioni liberamente conclusi nel mercato. L’Autore mette sistematicamente in dubbio che esistano condotte lesive della concorrenza, così come esprime il suo scetticismo sul fatto che il complesso normativo dell’antitrust sia pensato ed applicato a tutela dei consumatori. Rockfeller ha osato mettere in discussione un vero e proprio feticcio ed ha avuto il meritorio coraggio di non accettare come acclarata la “religione” laica dell’antitrust, che ha suoi testi sacri, sue liturgie e suoi sacerdoti. Lo ha fatto andando a vedere le carte, scoprendo il gioco dietro i proclami, provando ad effettuare una ricerca disincantata sulle caratteristiche del diritto antitrust e sulle conseguenze che esso produce. Conseguenze apparentemente inintenzionali, prima fra tutte il posizionare astrusità ed arbitrarietà a carico delle imprese, le stesse imprese che si trovano, pertanto nella paradossale situazione di essere sbalzati in un universo kafkiano di meccanismi escogitati con le, apparenti, migliori intenzioni di garantire e promuovere la libera concorrenza. Chiunque abbia una certa familiarità con gli esiti metodologici della Scuola Austriaca sa che gli esiti non solo non sono sempre quelli sperati, ma spesso si ribaltano in quelli indesiderati, cambiando totalmente di segno un intero quadro. In questo caso, ci suggerisce Rockfeller, le conseguenze appaiono soltanto come opposte rispetto alle intenzioni, mentre, nella realtà e nei desideri di chi si le ha formulate e promulgate, esse hanno saputo perfettamente servire ai reali scopi per le quali erano state progettate, ossia ad un maggiore controllo, una superiore pervasività dell’autorità e delle istituzioni statali sul settore privato, un aggravio dei costi e delle imposizioni che burocrazia e settore pubblico richiedono agli imprenditori. La convinzione di Rockfeller è basata sia sugli esiti di approfondite ricerche sulle normative sia sulla reale portata oltre che sulle effettive dimensioni delle conseguenze. Ma è, inoltre, anche diretta dalla impostazione, tutta liberale, che vi possano essere dimensioni, piani e ambiti in cui lo Stato sarebbe opportuno che si astenesse dall’entrare. Il Congresso dimostrò, poi, nei suoi vari interventi non tanto di essere mosso da un’effettiva necessità, ma da una vera e propria guerra di religione contro la dimensione privata e proprietaristica. Dovrebbe risultare significativo, in quest’ottica, il palese quanto inopinato arricchimento di cui “la comunità antitrust”, come l’Autore definisce tutti i sostenitori a vario titolo del complesso di norme e dell’ideologia che vi soggiace, beneficia in maniera non certamente disinteressata. Rockfeller cerca, in questo testo come pure in altri improntati sulla stessa linea, di ribaltare lo sfavore e l’ostilità generale verso la concentrazione societaria, che rappresentano tutti epifenomeni emozionali di un più profondo e latente, seppur totalmente ingiustificato,orrore per il mercato, le sue facoltà e ciò che esso permette a tutti. In un passo di estrema efficacia, l’Autore si chiede se veramente dei burocrati possano essere migliori giudici dell’interesse di un’azienda rispetto a coloro il cui interesse risiede proprio nell’azienda. Questo rappresenta davvero un quesito stimolante, posto davanti a ciascuno di noi : della nostra sfera, chi può essere migliore giudice se non noi, rispetto ad un oscuro burocrate ? Rockfeller non si accontenta di attaccare il concetto stesso di antitrust, le sue implicazioni metodologiche e i suoi esiti : l’Autore ne mette in forte dubbio anche l’efficacia e l’efficienza, opinando che esso si basa, essenzialmente, su un’analisi statica e non dinamica dei fatti del mondo reale. Queste ed altre intuizioni contenute nel denso quanto scorrevole volumetto dovrebbero costituire motivo di interesse per qualsiasi lettore, in particolar modo per il loro esplicito tentativo di contestare un idolo, un’operazione sempre molto educativa. read more

Bugie ed inesattezze su Israele

Bugie ed inesattezze su Israele

C’è un momento in cui una parola smette di descrivere la realtà e comincia a plasmarla. È ciò che accade quando termini come apartheid, genocidio o colonialismo, nati in contesti storici e giuridici ben definiti, vengono utilizzati come categorie automatiche per interpretare il conflitto israelo-palestinese. È una dinamica che riguarda il Medio Oriente, ma anche il modo in cui oggi si forma l’opinione pubblica. Nathan Greppi parte proprio da qui. Il suo “Fact-checking su Israele” non è soltanto un libro dedicato alla storia di un conflitto: è un invito a recuperare un metodo, quello della verifica dei fatti prima dell’espressione del giudizio.
La tesi dell’autore è netta. Molte delle accuse oggi rivolte a Israele sono diventate patrimonio del dibattito pubblico senza essere quasi mai sottoposte a un serio controllo documentale. Greppi non propone una contropropaganda filoisraeliana, ma un lavoro di ricostruzione storica, giuridica e fattuale che invita il lettore a distinguere tra ciò che è dimostrato e ciò che appartiene invece alla dimensione della narrazione politica.
Il cuore del volume è costituito dall’analisi di alcune delle accuse più ricorrenti. La prima è quella secondo cui Israele sarebbe uno Stato di apartheid. Greppi ricorda che il termine nasce per definire il sistema di segregazione razziale istituito in Sudafrica, fondato sulla negazione sistematica dei diritti civili e politici della maggioranza nera. Applicare automaticamente quella categoria a Israele, sostiene l’autore, significa ignorare differenze sostanziali. I cittadini arabi israeliani votano, eleggono rappresentanti alla Knesset, siedono nella magistratura, insegnano nelle università, esercitano professioni pubbliche e hanno preso parte anche a coalizioni di governo. Per Greppi, questi elementi rendono improprio il ricorso alla categoria dell’apartheid, nata per descrivere una realtà storica profondamente diversa.
La seconda grande questione riguarda l’accusa di genocidio, diventata centrale dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra contro Hamas. Greppi richiama la definizione contenuta nella Convenzione ONU del 1948, ricordando come il genocidio implichi l’intenzione deliberata di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Secondo l’autore, questa intenzione non emerge nella condotta dello Stato di Israele. Per sostenere la propria tesi ricostruisce il quadro giuridico internazionale, analizza il ricorso presentato dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia, richiama l’andamento demografico della popolazione araba dal 1948 a oggi e dedica ampio spazio al ruolo svolto da Hamas, compreso il controllo degli aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza. La conclusione è che il termine «genocidio», più che chiarire il conflitto, finisca spesso per trasformarsi in una potente arma retorica.
Non meno interessante è il capitolo dedicato al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni). Nato come campagna internazionale di pressione economica, culturale e accademica contro Israele, il movimento si presenta come l’erede morale del boicottaggio contro il Sudafrica dell’apartheid. Greppi mette in discussione proprio questo parallelismo. Se l’accusa di apartheid non regge, sostiene, viene meno anche il principale fondamento storico e simbolico del BDS. L’autore osserva inoltre come il boicottaggio finisca spesso per colpire università, ricercatori, artisti e imprese israeliane in quanto tali, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli o dalle scelte dei governi. Il carattere selettivo della campagna, rivolta quasi esclusivamente contro Israele e non contro altri Stati coinvolti in conflitti o violazioni dei diritti umani, viene indicato come uno degli elementi che meglio ne rivelano la natura politica.
Accanto a questi temi principali, Greppi affronta numerose altre questioni che negli ultimi anni hanno contribuito a costruire l’immagine internazionale di Israele. Tra queste vi è il caso della Mavi Marmara, la nave della Freedom Flotilla che nel 2010 tentò di forzare il blocco navale imposto alla Striscia di Gaza. L’episodio provocò nove vittime e una durissima condanna internazionale. Attraverso documenti, testimonianze e filmati, l’autore ricostruisce però anche ciò che, secondo lui, rimase in secondo piano nel racconto mediatico: l’aggressione subita dai militari israeliani durante l’abbordaggio. È uno degli esempi con cui Greppi mostra come una ricostruzione incompleta possa consolidarsi rapidamente come verità condivisa.
Più ancora delle singole conclusioni, colpisce il metodo seguito da Greppi. Ogni accusa viene ricostruita nella sua origine, confrontata con le fonti e verificata sul piano storico e giuridico. In un’epoca in cui le opinioni spesso precedono i fatti, l’autore propone il percorso inverso: partire dai documenti e lasciare che siano questi a orientare il giudizio.
Si possono condividere o contestare le conclusioni di Nathan Greppi. Più difficile è contestare il metodo che propone. Perché una società libera vive di opinioni diverse, ma soltanto se tutte accettano una regola comune: i fatti vengono prima delle interpretazioni. È una regola antica, oggi più necessaria che mai. read more

Contro il monopolio statale dell’istruzione e per la tutela dell’individuo

Contro il monopolio statale dell’istruzione e per la tutela dell’individuo

Mercoledì 3 giugno, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “I danni della scuola di Stato”, di Murray Newton Rothbard. Erano con noi Riccardo Canaletti, caporedattore di MOWE e curatore del libro, Andrea Favaro, professore di Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Verona, Sandro Scoppa, avvocato e Nicoletta Di Giovanni, referente “Scuola” di Rete Liberale. Il saggio, con il titolo originale di “Education Free and Compulsory”, fu pubblicato in prima edizione nel 1979 ed è incentrato, essenzialmente, sulle differenze fra un’educazione libera ed un sistema di istruzione obbligatoria, gestito e monopolizzato dallo Stato. La percezione comune dell’universo che attiene ed afferisce alla scuola è quasi esclusivamente dominata da una concezione monistica, omogeneizzata di quella lunga fase nella quale tutti sono più o meno sottoposti ad un rigido insieme di coordinate da cui è pressoché impossibile, ormai, uscire. La fase formativa è ritenuta ormai da quasi tutti come di assoluta, incontestabile e incrollabile pertinenza dello Stato, delle sue istituzioni, delle sue strutture. L’evoluzione storica e dottrinale sembrano aver consegnato al monopolio dei ministeri, delle direttive governative variabili e delle linee guida pubbliche un campo importantissimo e decisivo come quello dell’istruzione. Di questa importanza lo Stato è perfettamente consapevole e attraverso i suoi organi e i suoi strumenti ramificati in ciascuna scuola della nazione, detta una serie di precisi messaggi e veicola una serie di precisi condizionamenti da accettare senza contestazioni, pena l’esclusione dal sistema e l’emarginazione culturale. Pur non essendo stato sempre appannaggio dell’istituzione statale, l’istruzione ha seguito non solo il progressivo aumento della presenza dello Stato nella società e nella vita di tutti, ma ha anche affiancato, come un’alleata fedele e prona, le direttive che venivano dall’alto, espressione di precise politiche culturali e di una multiforme volontà politica. Il saggio osa mettere in discussione tutto questo e lo fa cercando operando in diverse direzioni critiche. Lo fa, principalmente, ponendo all’attenzione la questione di principio, il fulcro nodale dell’intera problematica, che viene definito come, essenzialmente, una questione di libertà. Rothbard, a livello metodologico, parte sempre dalla questione della libertà e dalla questione morale annessa. In questa situazione, è rispettata la libertà personale ? Originariamente, è tenuta in debito conto la libertà di ciascuna persona di rifiutarsi di sottostare a questo sistema ? La concorrenza è garantita oppure anche le realtà educative alternative al sistema pubblico sono obbligate a seguire tracce ben segnalate, senza possibilità di derogare ? Solo in un secondo tempo, anche se non secondariamente, Rothbard si chiede, e chiede ai propri lettori, se questo sistema di coazione funzioni, arricchisca chi ne usufruisce o se, piuttosto, non ne limiti le possibilità. Provocatoriamente, come spesso succede quando Rothbard affronta una tematica, l’Autore tocca, dello specifico, un aspetto polemico chiedendosi se sia corretto, adeguato e giusto che la scuola sia obbligatoria. Non solo, ma pone persino in dubbio se essa debba proporre un modello uguale per tutti.. Chiedersi se la frequenza alla scuola, almeno fino ad una certa età (età posta, peraltro, in un modo spesso arbitrario o, comunque, seguendo criteri non sicuramente oggettivi) debba essere sancita come obbligatoria non significa, certamente, per Rothbard il desiderio di lasciare nella minorità dell’ignoranza una massa di ragazzi e ragazze, quanto, piuttosto, interrogarsi su una condizione di cogenza, di coazione, di comando inappellabile e indiscutibile posto da e attraverso l’istituzione statuale. E mettere in discussione il modello egualitario, significa, nella sua essenza profonda, cercare di far comprendere che ognuno va sempre considerato come libero e come diverso. L’omologazione e l’appiattimento verso schemi precostituiti e unitari rappresentano senza dubbio fra i grandi danni che la scuola pubblica cerca programmaticamente di mantenere, ma la realtà ci parla di differenze, di persone, di singoli dalle storie intime e private non riproducibili. E crescere, per un uomo, significa educarsi, quindi l’educazione è vitale. Su di essa e sui suoi contenuti, chi deve avere il controllo ? La persona, la famiglia o lo Stato ? E’ giusto che un individuo dalle capacità sopra la media debba uniformarsi ? o debba non poter contare su modelli alternativi ? Queste e altre domande sono poste da Rothbard, semplicemente un intellettuale che non accettava che le cose venissero accettate senza discutere. Semplicemente un pensatore dotato di senso critico e di un naturale rifiuto per il conformismo. read more

La necessità della libertà in società dominate dal fondamentalismo

La necessità della libertà in società dominate dal fondamentalismo

Perché una donna dovrebbe essere disposta a morire pur di togliersi un velo? Perché un insegnante dovrebbe rischiare la vita per aprire una scuola femminile? Perché uno scrittore dovrebbe continuare a denunciare un regime sapendo di andare incontro al carcere, alla tortura o all’assassinio? Per chi vive in una democrazia liberale queste domande possono sembrare lontane. Vita e libertà contro il fondamentalismo dimostra invece che, ancora oggi, milioni di persone sono costrette a scegliere tra la propria libertà e la propria sopravvivenza.
Fabio Poletti e Cristina Giudici non hanno scritto un libro sul terrorismo islamico. Né hanno realizzato un’inchiesta sulle guerre del Medio Oriente. Hanno fatto qualcosa di molto più prezioso: hanno raccolto trentotto storie di uomini e soprattutto donne che hanno deciso di opporsi al fondamentalismo religioso, spesso pagando con il carcere, l’esilio o la vita. Il risultato è un libro che restituisce un volto umano a un fenomeno che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso statistiche, attentati o crisi geopolitiche.
Il merito principale dell’opera sta proprio nello spostare l’attenzione. Il protagonista non è il fondamentalismo. La protagonista è la libertà. Il fanatismo religioso rappresenta soltanto il contesto entro cui essa viene messa alla prova. Le persone raccontate dagli autori non combattono una religione, ma rivendicano il diritto di scegliere: come vestirsi, cosa credere, cosa insegnare ai propri figli, quale vita costruire. In altre parole, reclamano quella sfera di autonomia individuale che costituisce il cuore stesso della tradizione liberale.
Le trentotto biografie, ordinate cronologicamente, conducono il lettore attraverso Iran, Afghanistan, Iraq, Arabia Saudita, Sudan, Kurdistan, Yemen e altri Paesi nei quali il fondamentalismo continua a limitare concretamente la libertà delle persone. Accanto a figure ormai note, come Mahsa Jina Amini o Narges Mohammadi, trovano spazio attivisti, insegnanti, medici, giornalisti e intellettuali quasi sconosciuti al pubblico occidentale. È proprio questa coralità a rappresentare uno degli aspetti più riusciti del libro: il coraggio non appartiene soltanto agli eroi celebrati dalla storia, ma anche a persone comuni che, in circostanze straordinarie, decidono semplicemente di non piegarsi.
Poletti e Giudici evitano con intelligenza ogni forma di retorica. Le loro biografie sono brevi, documentate e asciutte. Sono i fatti a parlare. Vicende come quella della psichiatra iraniana Homa Darabi, che si diede fuoco dopo essersi tolta il velo in segno di protesta, o dell’attivista afghana Meena Keshwar Kamal, assassinata per il suo impegno a favore dell’istruzione femminile, colpiscono proprio perché non vengono trasformate in racconti edificanti. Gli autori si limitano a mostrare quanto possa costare la libertà quando il potere pretende di disciplinare perfino la coscienza individuale.
Il libro contiene anche un messaggio che dovrebbe interrogare le democrazie occidentali. Troppo spesso i protagonisti di queste pagine rimangono sconosciuti, nonostante difendano gli stessi diritti che l’Occidente proclama universali. La libertà religiosa, la libertà di espressione, la parità tra uomini e donne e la dignità della persona non sono conquiste esclusivamente occidentali: sono aspirazioni condivise da uomini e donne appartenenti a culture molto diverse. Ignorare queste voci significa abbandonare proprio coloro che, nei contesti più difficili, incarnano concretamente i valori delle società aperte.
È forse questa la lezione più importante del libro. I diritti individuali non sopravvivono grazie alle dichiarazioni solenni o ai trattati internazionali. Sopravvivono grazie a persone disposte a difenderli quando diventano scomodi, impopolari o perfino mortali. Le storie raccolte da Poletti e Giudici appartengono certamente all’Iran, all’Afghanistan o al Kurdistan. Ma appartengono anche a noi. Perché ogni società libera continua a esistere soltanto finché qualcuno è disposto a pagarne il prezzo. read more

Il federalismo come espressione dell’eccezionalismo americano

Il federalismo come espressione dell’eccezionalismo americano

Lunedì 18 maggio, in occasione delle serate dedicate ai classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato “Il Federalista”, di Alexander Hamilton, James Madison e John Jay. Erano con noi Gigliola Sacerdoti Mariani, già professore di Lingua e cultura inglese presso l’Università di Firenze, Stefano Bruno Galli, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Milano, Alessandro Vitale, professore di Geografia economico-politica presso l’Università degli Studi di Milano e Alessandro Sterpa, professore di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi della Tuscia. Per capire e collocare questa serie di scritti, che, lo ricordiamo, sono circa ottantacinque articoli scritti per convincere i membri dell’Assemblea dello Stato di New York – una delle tredici colonie che di fatto guidarono l’indipendenza degli Stati Uniti – a ratificare il testo della Costituzione degli Stati Uniti stessi, appena promulgata dalla seconda Convenzione di Filadelfia. Detti articoli uscirono su vari organi di stampa di New York tra l’ottobre del 1787 e l’agosto del 1788, per essere, sempre nel 1788, editi in due volumi. Alle spalle, questi testi hanno la Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776, la Guerra con la Corona britannica portata a termine vittoriosamente nel 1783, ma soprattutto la Costituzione, documento fondante dell’identità della nazione e linea guida, in quanto testo primario cui ogni legislazione deve cedere il passo per ispirarsi alle sue coordinate e alle sue direttrici. E’, in quest’ottica, allora singolare rilevare come proprio “il Federalista”, nelle intenzioni iniziali pensato come uno strumento di persuasione di delegati dubbiosi, scettici o addirittura contrari, diventi fin da subito non solo la prima importante interpretazione della Costituzione, ma, esso stesso, un classico nella storia del costituzionalismo tout court. Gli articoli sono firmati con un nom de plume, vale a dire “Publius” (il riferimento è, non a caso, ad uno dei fondatori della Repubblica romana, Publio Valerio Agricola, oppositore di Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo, quindi della tirannide monarchica), ma sotto lo pseudonimo si celavano tre autori, Alexander Hamilton, James Madison e John Jay. Tre Padri Fondatori, ma sicuramente tre personalità non ingenuamente sovrapponibili, che seppero in questi articoli, nonostante le diverse sensibilità e al netto delle indubitabili differenze anche di teoria politica, supportare la neonata Costituzione mettendo in rilievo, talvolta spiegando, talaltra commentando, altrove indicando sensi precisi che avrebbero condizionato il corso successivo della storia giuridica americana e non solo. Ci troviamo, allora, di fronte non solo al primo commento della Costituzione – approvata dalla Seconda Convenzione, lo ricordiamo per mettere in rilievo le date ravvicinate, il 17 settembre 1787 – , ma anche alla prima formulazione teorica della forma dello Stato federativo. I passi degli articoli dedicati alla forma federativa rivestono pressoché la stessa importanza, sotto questo preciso rispetto, delle quasi contemporanee sezioni sul federalismo formulate nella Costituzione, configurandosi come una riflessione molto profonda, analitica, precisa e particolarmente intelligente di una delle caratteristiche precipue dell’ <>. Se la Dichiarazione di Indipendenza, tra le decine di suggestioni, è anche un atto preciso di accusa verso un Re che ha smarrito il senso delle “libertà inglesi” oltre che verso una madrepatria dimostratasi volutamente e colpevolmente sorda alle richieste dei suoi sudditi di oltre Atlantico, la Costituzione fa emergere l’eccezionalismo statunitense, quella serie di istanze che sono maturate nell’animo, nelle menti e nei cuori dei componenti della Nazione anche attraverso la durissima esperienza della Guerra. Ed il federalismo potrebbe essere letto anche in questo senso, ossia come l’attenzione a non ripetere con i singoli Stati ciò che la Corona e il Parlamento avevano fatto alle Colonie; potrebbe, in filigrana, essere interpretato come il riguardo dovuto alle singole parti di un insieme, in quanto sono proprio le singole parti a costituire l’insieme e non il contrario. Il federalismo che emerge dalla lettura de “Il Federalista” è un organismo quasi naturale, dove sono postulati chiaramente due livelli di governo indipendenti e coordinati, Stato unitario e Stati decentrati. Questa soluzione funziona grazie ad un equilibrio dato da un’armonica divisione dei poteri e degli ambiti, dove lo Stato centrale ha compiti ridotti e precisi, cioè quelli che sono demandati dal livello più basso degli Stati decentrati, che, a loro volta, hanno ambiti delineati e locali. In questo contesto, la sussidiarietà è una richiesta che nasce dal basso e l’esito sarà, indubitabilmente, un rispetto delle sfere della libertà individuale e dei diritti inviolabili degli individui di fronte ad ogni potere ed ad ogni pericolo di intrusione. Il sistema si regge sul rispetto e sulla tutela degli ambiti delle singole persone, dei singoli Stati e sugli equilibri che regolano i rapporti tra le istituzioni, mediante controlli e bilanciamenti che non fanno prevalere un ordine rispetto ad un altro. E’ una Costituzione pensata per il contesto sociale statunitense, si potrebbe anche dire espressione esplicita di questa cornice socio-politica. Questa capacità di leggere la propria realtà, di tradurla in un sistema senza snaturarne le componenti ed, anzi, esaltandone i caratteri, è anche frutto di una formidabile serie di uomini, che seppero spesso essere intellettuali profondi, scienziati, filosofi della politica, giuristi, statisti e perfino militari, capaci di dare un’impronta indelebile alla Nazione, essendo al contempo orientati alle necessità generali senza dimenticare mai la centralità, l’importanza e la primarietà della dimensione locale. Ci fa piacere chiudere con un passo tratto da un articolo riconducibile a James Madison, fra gli ideatori ed estensori materiali della Costituzione, Segretario di Stato e Quarto Presidente degli Stati Uniti, il quale, riferendosi al Parlamento inglese, ebbe a scrivere : “Centosettantatre despoti non sono certo meno oppressivi di uno” read more

L’uomo è il depositario ultimo del diritto a morire

L’uomo è il depositario ultimo del diritto a morire

Esiste un diritto di morire? La domanda può apparire provocatoria, ma conduce direttamente a uno dei temi più profondi della filosofia politica contemporanea: fino a dove si estende la libertà dell’individuo sulla propria esistenza? “Diritto di vivere e di morire. Una rivoluzione copernicana”, di Giovanni Fornero, Francesco Rimoli e Roberto D’Andrea, prende posizione su questo interrogativo con una tesi precisa e ambiziosa: il diritto di scegliere come concludere la propria vita non rappresenta un’eccezione al diritto alla vita, ma una delle sue possibili espressioni. È attorno a questa idea che si sviluppa l’intero volume.
Gli autori propongono di ripensare il modo in cui il dibattito sul fine vita è stato tradizionalmente impostato. Troppo spesso eutanasia e suicidio medicalmente assistito vengono affrontati come temi esclusivamente sanitari, religiosi o giudiziari. Il libro invita invece a risalire alla domanda che precede tutte le altre: chi è il titolare ultimo delle decisioni che riguardano la propria esistenza? La risposta elaborata nel volume attribuisce un ruolo centrale al principio di autodeterminazione, considerato uno degli elementi qualificanti della dignità della persona.
La cosiddetta «rivoluzione copernicana» richiamata nel sottotitolo consiste proprio nel modificare la prospettiva dalla quale osservare il problema. Se il diritto alla vita viene normalmente interpretato come un principio che impone allo Stato di proteggerla sempre e comunque, il volume propone di leggerlo anzitutto come un diritto della persona e, in quanto tale, strettamente collegato alla libertà di scegliere. Da questa impostazione discende la possibilità di riconoscere, entro determinate condizioni, anche un diritto di porre fine alla propria esistenza, soprattutto quando la prosecuzione della vita coincide con una sofferenza irreversibile e liberamente rifiutata dall’interessato.
È proprio su questo terreno che il libro offre il suo contributo più originale. L’eutanasia non viene presentata come una questione eccezionale destinata a pochi casi limite, ma come il banco di prova di una domanda più ampia: quale significato attribuisce una società liberale alla libertà personale? Se la dignità consiste anche nella capacità di autodeterminarsi, allora il fine vita diventa uno dei luoghi nei quali questa idea viene messa maggiormente alla prova.
La scelta di affidare la riflessione a un filosofo, a un costituzionalista e a un penalista permette inoltre di seguire il tema lungo tutto il suo sviluppo. La riflessione teorica trova così un dialogo costante con i principi costituzionali e con le implicazioni dell’ordinamento penale, offrendo al lettore una visione complessiva di un dibattito che coinvolge contemporaneamente filosofia, diritto e istituzioni.
Il risultato è un volume che invita a spostare il confronto dal piano delle contrapposizioni ideologiche a quello dei principi. Qualunque sia la posizione da cui ci si avvicina al tema del fine vita, la domanda dalla quale prende avvio il libro resta difficilmente eludibile: se la libertà rappresenta uno dei fondamenti dello Stato di diritto, fino a dove può spingersi quando riguarda la decisione più radicale che una persona possa assumere?
È questa la riflessione che rende “Diritto di vivere e di morire” un contributo significativo al dibattito contemporaneo. Più che offrire una risposta definitiva, il volume invita a misurarsi con una delle questioni più complesse del nostro tempo, ricordando che ogni discussione sull’eutanasia è, prima ancora, una discussione sul significato della libertà e sul rapporto tra individuo e Stato. read more