Francesco Ferrara, alfiere del liberismo economico e nemico della centralizzazione

Lunedì 20 marzo, nell’ambito dei classici del pensiero liberale e libertario, abbiamo presentato la raccolta di scritti di Francesco Ferrara “Libertà in tutto e per tutti”.

Erano con noi Paolo Luca Bernardini, professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi dell’Insubria oltre che curatore della raccolta, Marco Guidi, professore di Storia del pensiero economico presso l’Università di Pisa e Fabrizio Simon, professore di Storia del pensiero economico presso l’Università di Palermo. Francesco Ferrara rappresenta e compendia quel versante non marginale – e, tuttavia, marginalizzato, verrebbe da dire con un fin troppo facile gioco di parole – di economisti italiani che parteggiarono per il libero mercato, per l’opzione, cioè, che lascia all’attore economico individuale le scelte, diminuendo, fatalmente, il peso, l’importanza e l’ingerenza dello stato. In Ferrara, poi, queste istanze si sono assommate ad una critica profonda per l’unità d’Italia imposta attraverso le baionette, soprattutto ad una polemica sempre viva e presente per le violenze perpetrate al territorio a lui tanto caro, ossia alla Sicilia natìa.

L’esistenza di Ferrara ha attraversato tutto il XIX secolo, un periodo tumultuoso per il nostro paese, segnato dalle guerre per l’indipendenza, ma anche da una volontà espansionistica della monarchia sabauda, da pulsioni varie ed assortite, che videro alternarsi e compenetrarsi i più ardenti ideali liberali ad un repubblicanesimo composito. Un’età che ha dipanato la politica e la diplomazia delle corti sullo scacchiere europeo e la repressione brutale dei particolarismi. Ma, soprattutto, la sconfitta dell’opzione federale o federativa a fronte di quella unionista e centralizzata, cui, non a caso, si accompagnò il progressivo abbandono di una politica economica liberista, spesso, peraltro per lo più di facciata, per una sempre più convinta adozione di provvedimenti economici statalisti, con il sorgere di consorterie, burocrazia, protezionismi, dazi, vincoli ed, in genere, un potere inusitato ed incongruo della politica sugli scambi e sull’economia in genere.

Il siciliano Ferrara avrà sempre, durante la sua vita, il suo impegno politico e lungo tutto il corso dei suoi scritti a cuore la questione relativa alla sua terra di origine ed ai rapporti della Sicilia stessa con il Piemonte e l’Italia unita, in una dialettica che, mutatis mutandis, si trascinerà lungo tutto il Novecento ed il XXI secolo e che potrebbe essere adatata a tutte quelle altre parti della nazione che sono state coartate in un abito, a parere di Ferrara, non certo su misura, sia dal punto di vista istituzionale, che economico, politico e sociale. All’interno della raccolta troviamo, tra gli altri capitoli altrettanto stimolanti, una disamina dell’avanzata del socialismo di grande acume, una difesa appassionata della stampa e della libertà di opinione, un doppio omaggio ad uno degli autori a lui più cari, il cattolico liberale intransigente Frèdèric Bastiat.

Ma troviamo anche la lode alla libertà dei commerci opposta alla politica dei trattati, delle dogane, delle protezioni alla francese. Troviamo un’analisi estremamente raffinata del rapporto che collega indissolubilmente la libertà alla proprietà e di come la pace sia condizione necessaria ad una società che voglia pretendere di dirsi prospera. Sfrondando, per il lettore dei nostri tempi, il linguaggio non certo facile da approcciare della cultura erudita ottocentesca, si ravviseranno preoccupazioni, riflessioni e sensibilità tipiche di un liberale autentico e di un economista conseguente (o viceversa, come verrebbe da dire, piuttosto).

Francesco Ferrara ha potuto costituire un riferimento per la cultura economica classica in Italia, come pure un prezioso ponte di passaggio fra questa ed il Marginalismo della Scuola Austriaca di economia, che seppe, per certi versi, anticipare,anche se certamente a semplice livello di rare ancorchè profonde intuizioni. Ferrara ha incarnato con grande compiutezza la figura dell’intellettuale e del cittadino impegnato che risultarono sconfitti dalle complesse vicende risorgimentali. Il suo liberismo economico, infatti, pur raccolto da alcuni brillanti continuatori accademici, non fu sicuramente la stella polare nella politica economica dei governi del Regno e della Repubblica, così come il suo pensiero federale e la sua propensione alla riduzione delle prerogative di ogni centralismo, sia esso economico o amministrativo risultarono accantonati a fronte di una progressiva e sempre più soffocante statalizzazione unificante.

Ma se l’Italia ha preferito piegare verso soluzioni che Ferrara non avrebbe sicuramente condiviso – e sulla cui efficacia lasciamo al lettore il giudizio – ciò non toglie nulla all’impegno ed al rigore anche morale della figura di cui abbiamo preso in esame l’opera, in quanto capace di generare un esempio di uomo appassionato e mai domo.

Leggere Francesco Ferrara oggi non rappresenta certo un’operazione meramente filologica o di esclusivo interesse storico (sebbene queste componenti non siano certamente disprezzabili), ma può rappresentare per tutti – non solo e soltanto per le giovani generazioni – un pensatore capace di lottare per i suoi ideali (tanto da finire nelle carceri borboniche per essi), di tenersi fedele ad una linea di rigore etico perfino nei palazzi della politica più alta e capace di non piegarsi e di provare a non essere un uomo per tutte le stagioni, come troppo spesso si è visto nei lunghi anni successivi nel nostro Paese.

onom

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