Recita il vocabolario Treccani: “Mèrito – indica il diritto che con le proprie opere o le proprie qualità si è acquisito all’onore, alla stima, alla lode, oppure a una ricompensa (materiale, morale o anche soprannaturale), in relazione e in proporzione al bene compiuto (e sempre sulla base di un principio etico universale che, mentre sostiene la libertà del volere, afferma la doverosità dell’agire morale)”. Questa definizione valga come una doverosa premessa ad introduzione del libro che Lodi Liberale ha presentato, insieme agli autori, Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli, martedi 28 marzo scorso, ossia “Crescita economica e meritocrazia. Perché l’Italia spreca I suoi talenti”.
Il libro opera un lodevole tentativo di evitare confusioni terminologiche e soprattutto confusioni ideologiche. Per cominciare, una cosa è il merito e altra cosa è la competitività; altrimenti, può darsi il caso che ci sia qualcuno che contesta la competitività, spacciando per oro colato la frase erroneamente attribuita a De Coubertin, “L’importante non è vincere, ma partecipare”.
In realtà il Barone De Coubertin nel 1894 coniò per il CIO il motto: “Altius, Citius, Fortius”, che non è propriamente un motto da appiattimento sul divano, ma un impegno a meritare il gradino più alto del podio. Gli autori con molto garbo (troppo ?) offrono spunti di riflessione, quali ad esempio: “Volereste su un aereo progettato da un ingegnere mediocre ?”. E sempre con molto garbo si domandano come sarebbe il mondo del lavoro senza “scatti” (quelli di anzianità) e la nostra quotidianità se trovassimo bravi impiegati pubblici, bravi magistrati, bravi medici, bravi insegnanti, bravi politici, bravi manager, … insomma un mondo di bravi; cresciuti (nel senso della carriera) per merito e non per vecchiaia. Posto fisso? Tutti uguali? Uno vale uno? Il “18 politico” del ’68, oggi vuol dire “tutti promossi”?.
L’egualitarismo ideologico ha fatto danni. Fin qui, tutto chiaro. Ma nel libro ci sono due parti. E la seconda inserita come un significativo completamento, offre senza pietà una fotografia con un tempo di esposizione che va dal ’68 fino a ieri. Vi vengono inseriti dati e istogrammi di un’Italia trasandata. Gli italiani nutrono poca fiducia in tutto: le autorità non si fidano dei cittadini e i cittadini non si fidano delle autorità. I politici ignorano i loro “clienti”, che sono i cittadini; alla faccia della “attenzione al cliente” (customer-care per dirla con sussiego).
Le leggi ? Scritte da “mandarini” in modo incomprensibile; eppure il diritto romano sentenziava: “in claris non fit interpretatio”. Ma di chiaro nelle nostre leggi (troppe) c’è ben poco. “… un licenziamento è ingiusto a meno che non ci sia giusta causa …” il che ci ricorda un film cult intitolato “Comma 22”. Le aziende non si preoccupano di ciò che è scritto nella legge, ma di come la legge viene applicata nella pratica dai magistrati. C’è abuso del ricorso alla giustizia amministrativa (TAR); “quasi tutti i progetti di investimento sono ritardati dal ricorso al TAR, e, tipicamente, l’atto immediato dei giudici che ne consegue è il blocco dei lavori” (la storia d Esselunga a Lodi ne è un esempio). Per quattro decenni il rapporto investimenti / PIL è stato più alto al mezzogiorno; quasi il doppio che al nord, ma con produttività inferiore.
Lo stato dell’università italiana affidata alla sintesi del citato Bill Emmott: “Le università sono una delle più grandi tragedie d’Italia: una storia gloriosa, molti individui eccellenti, ma un risultato collettivo mediocre”. Aggiungiamo che nella scuola si discute su tutto (troppo di politica) tranne che di didattica e tanto meno di merito. Non condividiamo le ipotesi sulla influenza dalle condizioni sociali sulla frequentazione degli studi dei livelli superiori.
Rimaniamo dell’idea che debba essere il merito ad aprire le porte e a costituire le “vere” pari opportunità (che, come dicono gli autori, non significa garantire un posto in squadra di basket a un atleta di 165cm di statura). La seconda parte del libro riassume la meritocrazia, dove le persone vanno avanti nella vita in base ai loro meriti; ciò garantisce pari opportunità, ovvero quelle dei meriti; evita la discriminazione tra razza, sesso, e altre caratteristiche: irrilevanti rispetto al merito; premia i lavori per la loro qualità; affranca dal clientelismo e dal nepotismo; rimedia i danni dell’egualitarismo ideologico. Ciascuno “faber est suae quisque fortunae”.
Dove vogliamo andare ? Alice chiese al gatto: “Che via devo prendere per uscire di qui?”; il gatto ribattè: “Dipende da dove vuoi andare”; Alice: “Non m’importa dove andare”; il gatto concluse: “Allora non importa quale via prendere” (Lewis Carroll – Alice nel paese delle meraviglie).
Una possibile conclusione è che l’Italia si “merita” il posto che ha.
Il libro non è un giallo che porta a identificare l’assassino, ma un quadro sinottico dove il ruolo di protagonista è quello del lettore.

