I pericoli per la nostra civiltà nell’analisi di Ludwig Von Mises

Lunedì 20 febbraio scorso abbiamo presentato, nell’ambito degli eventi dedicati ai Classici del pensiero liberale e libertario, “Lo Stato onnipotente” di Ludwig von Mises. Erano con noi Lorenzo Infantino, professore di Metodologia delle scienze sociali presso la LUISS Guido Carli di Roma, Antonio Masala, professore di Filosofia politica presso l’Università di Pisa e Alessandro Vitale, professore di Geografia economica all’Università degli Studi di Milano. Il libro reca un sottotitolo che giova ricordare : “La nascita dello Stato totale e della guerra totale”.

Esso, infatti, uscì nel 1944, nel pieno del secondo conflitto mondiale, cioè durante uno dei momenti che più si connettono con l’espansione dell’ingerenza e delle competenze statali nella vita di ogni abitante del pianeta.Uno dei significati più rilevanti dell’opera è proprio che i conflitti mondiali, il primo e, in maniera ancor più invasiva, il secondo, si sono caratterizzati come l’apogeo ed il punto di arrivo di una statalizzazione massima, sia in senso verticale che orizzontale. La struttura dell’opera è lineare e non a caso prende a modello il “caso tedesco” quale laboratorio di incubazione della sempre maggiore pervasività delle istituzioni pubbliche, burocratiche, militari e governative.

La prima parte si incentra sulla fine dell’ideale liberale in Germania, sull’ascesa intellettuale e culturale di tutta una serie di nemici della libertà individuale, dello Stato di diritto e dei fondamenti della società aperta. Contestualmente alla guerra condotta contro il liberalismo da un fronte composito di nemici, emergono istanze ostili all’autodeterminazione, all’autonomia personale, in una parola a tutto il complesso di libertà faticosamente conquistate in secoli di storia e di civiltà. Emerge, inoltre, un pericoloso favore verso le tendenze guerresche, verso il militarismo, verso la soluzione violenta delle dispute e dei contrasti,chiara  conseguenza del rigetto o addirittura dell’odio per soluzioni basate sul dialogo, sullo scambio di idee, sul confronto civile, sulle regole e sulla pace come contesto necessario.

La guerra al liberalismo è pertanto il fenomeno speculare dell’adozione progressiva di una mentalità militaresca. Al trionfo del militarismo, e quindi di una società irregimentata come una caserma, con superiori e subalterni, gerarchizzata in ordini sclerotizzati, si aggiunge una componente fondamentale, che tutto innerva e tutto giustifica : l’esaltazione e l’aumento dello statalismo, che insieme ad un altro componente molto pericoloso come il nazionalismo esasperato e revanscista, si nutre degli errori e delle comode quanto infondate giustificazioni per invadere come un cancro mortale ogni livello della realtà politica, economica e sociale.

Una delle idee ricorrenti nell’analisi dell’economista e studioso delle scienze sociali austriaco – ricordiamo che Ludwig von Mises appartiene alla terza generazione di studiosi di quella formidabile ed ancora ben viva ed operante tradizione di ricerca e di studio nota come Scuola Austriaca di economia – fu, nella definizione degli eventi e delle cause che portarono la civiltà occidentale sull’orlo del baratro, che ciò che avvenne era, in un certo senso, già inscritto nelle premesse intellettuali e culturali che precedettero anche remotamente gli esiti finali.

La Seconda Guerra Mondiale, dunque, in quest’ottica che tiene conto delle grandi correnti ideali, dei movimenti culturali e del background intellettuale, è un approdo della cui natura anti-individualista, guerresca, militare, nazionalistica, negatrice della tradizione liberale ottocentesca non ci si deve stupire, essendo un effetto inevitabile di tutte le cause ed i fattori sopra considerati. Ai conflitti mondiali del XX secolo hanno portato le istanze di una serie di società chiuse ed ostili al libero mercato ed alla soluzione liberale e democratica, il socialismo come elemento comune del bolscevismo, del fascismo e del nazismo, congiunti ad un espansionismo aggressivo contraddistinto dalla brama di conquista, dall’asservimento dei singoli, dalla corsa al riarmo, da un antisemitismo e da un razzismo latenti e dal sorgere, in sintesi, dell’era dello Stato totale.

Nell’ultima parte, dedicata al futuro della nostra civiltà, Ludwig von Mises, con la preveggenza che lo aveva portato ad anticipare previsioni rivelatesi in seguito inattaccabili (ricordiamo solo un esempio, il più famoso, probabilmente, ossia la comprensione dei motivi che avrebbero portato tutte le società basate sulla pianificazione al fallimento dovuto all’impossibilità del calcolo e del sistema dei prezzi assicurati da un’economia di mercato) mette in guardia di fronte ad illusioni che purtroppo anche le democrazie post-belliche abbracceranno, in particolare quella della pianificazione mondiale.

Credere che una serie di azioni quali quelle che a livello nazionale sono state implementate dimostrando i loro fallimenti possano, di converso, mostrarsi efficaci o adeguate a livello planetario rappresenta una presunzione ed un coacervo di errori tali da dimostrarsi esiziali per la sopravvivenza stessa della Terra e della vita dei suoi abitanti. Sia consentito, fra le centinaia di spunti che questo grande testo è capace di portare con sé, ricordare una riflessione tanto articolata quanto acuta presente nelle Conclusioni : l’Autore, che è stato, lo ricordiamo sempre, uno fra i più incrollabili difensori dell’ordine liberale proprio in ambiti, contesti e momenti in cui era perfino difficile parlarne, si pone una domanda davvero stringente, ossia se tutti gli uomini sanno davvero comprendere adeguatamente i loro interessi, nel complesso e nel dettaglio.

Questo domanda lo porta a dire che non è così frequente che gli esseri umani siano perfettamente consapevoli dei fondamenti di ciò che loro serve per il benessere materiale e sociale. Questa riflessione, cioè, lo porta ad affermare, a ragion veduta e per esperienza, che le donne e gli uomini non sempre mostrano di avere in sé i pilastri di una adeguata economia (quindi di una teoria dell’azione basata sulla libertà, sulla pace, sulla cooperazione, sul mercato, sullo scambio e su tutti quei valori che hanno innalzato la nostra civiltà). Quello che suggerisce Mises, con una lezione che vale sicuramente anche per la nostra contemporaneità, è che il liberalismo sia una dottrina dell’azione sicuramente superiore a tutto il novero delle sue avversarie, ma di difficile comprensione per moltissime persone, per una grande maggioranza di esse e per la loro capacità di dare merito a quel complesso di istanze sulle quali è imperniata la grandezza di quanto raggiunto in Occidente.

Mises ci lancia una sfida duplice : da un lato invita ognuno di noi a tenere sempre presente, con una consapevolezza articolata e profonda, il senso dei nostri valori, da un altro ci allerta di fronte alle sempre risorgenti tentazioni ostili all’individuo ed alla sua libertà.  

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